Tomba di Dracula a Napoli, tutta la storia

Tra i tanti mostri che popolano l’immaginario collettivo due sono quelli che balzano con facilità alla mente: Frankenstein e Dracula. Il dottor Viktor Frankenstein, “babbo” della famosa creatura resa celebre dalla penna di Mary Shelley, nella prima edizione de “Il Moderno Prometeo” veniva fatto nascere sulla riviera di Chiaia, a Napoli, alla fine del Settecento. Eccezion fatta per il ginevrino Alphonse, genitore di Viktor, erano soprattutto i tedeschi a subire l’infatuazione di Napoli, come lo scrittore Johann Wolfgang von Goethe e prima ancora suo padre: il primo ebbe a dire “siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono di senno” e il secondo che “non poté mai essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli“. Napoli, con le sue bellezze, era il centro della cultura.

Non bastasse la “presenza” del mostro i cui panni al cinema sono stati vestiti da Boris Karloff e Robert De Niro, anche Dracula, noto per diversi film ispirati al romanzo di Bram Stoker che hanno costruito attorno alla sua reale esistenza l’intera mitologia vampirica, Napoli avrebbe dato accoglienza all'”impalatore” nell’ultimo periodo della sua esistenza. Chiariamo, è d’obbligo un “forse” grande quanto una casa, ma l’ipotesi avanzata da alcuni studiosi, tra cui alcuni ricercatori dell’Università estone di Tallinn, è comunque suggestiva e troverebbe più di un valido fondamento che vale la pena approfondire. D’altronde una buona dose di mistero non guasta mai.

Facciamo un salto indietro di quasi seicento anni: siamo nel 1431. Negli anni in cui dominano gli aragonesi la città di Napoli conosce un notevole sviluppo demografico a causa dell’immigrazione. Alfonso I (Alfonso V di Aragona) re di Aragona, Napoli e Sicilia, non era in realtà molto amato dai napoletani ma a lui si deve, dopo la cacciata di Renato d’Angiò, la riunificazione e la reggenza, con il titolo di Rex Utriusque Siciliae, del territorio dell’antico stato svevo-normanno, avvenuta il 26 Febbraio del 1443, che rese Napoli un’autentica capitale nella quale si insediò la corte. Nell’Agosto del 1443, infatti, Papa Eugenio IV riconobbe a Alfonso il diritto di regnare anche a Napoli, riconoscendo l’unificazione formale delle “due sicilie”.

Successivamente Ferdinando I di Napoli, conosciuto pure come Ferrante I, re di Napoli (le corone di Aragona e di Sicilia andarono a suo fratello), “Don Ferrante” o Ferdinando il Giusto, mantenne il trono napoletano dal 1458 al 1494, durante e oltre il periodo in cui Dracula regnava in Valacchia (1448, 1456-1462, 1476). Figlio illegittimo di Alfonso I, i suoi diritti di successione furono suggellati da una bolla emanata da Papa Eugenio IV nel Luglio 1444 e confermati nel 1451 da Papa Niccolò V.

Papa Eugenio IV fu colui che ratificò lo statuto dell’Ordine del Drago (Ordo Draconis) nel 1433, un ordine militare del Sacro Romano Impero Germanico istituito dall’imperatore Sigismondo per distruggere l’eresia hussita (la dottrina dell’eretico Jan Hus, riformatore cristiano e rettore dell’Università Carolina di Praga) e contenere il potere dell’impero ottomano (ma anche per garantirsi l’appoggio della nobiltà ungherese che per cinque anni lo aveva combattuto).

Fra i membri più celebri dei draghi c’era proprio Alfonso V di Aragona, che combattè i mori nella penisola iberica. Proprio all’appartenenza all’Ordine del Drago si collegherebbe la leggenda del coccodrillo del Maschio Angioino, animale mostruoso che sotto il regno di Ferrante popolava una “fossa” dei sotterranei del Castelnuovo, simbolo di potere e di appartenenza e a cui il re gettò in pasto i baroni che avevano congiurato contro di lui.

Nel 1443, Papa Eugenio IV proclamò una crociata contro gli ottomani perchè la nazione cristiana d’Ungheria era minacciata: venne quindi creata una coalizione a cui parteciparono il re d’Ungheria e Polonia, Ladislao III Jagellone, il voivoda di Transilvania e comandante militare della coalizione, János Hunyadi, il despota serbo Đurađ Branković e Mircea II di Valacchia, figlio del voivoda Vlad II Dracul (padre di Vlad Țepeș III Dracul). Fu così che si rafforzò la fratenitas dragonis tra Napoli, l’Italia e l’Ungheria.

Sta forse qui la chiave che lega le vicende di Napoli a quelle dello stato feudale di Valacchia, che si pose alla sua nascita sotto la protezione del Regno d’Ungheria, poi ottenendo con Basarab I l’indipendenza lottando prima contro i tartari (1325-28) e poi bloccando il re “napoletano d’Ungheria” Carlo Roberto d’Angiò (1330). Il nuovo stato, però, dovette fronteggiare le minacce degli ottomani dalla fine del XIV secolo.

Proprio Vlad III di Valacchia fu il più feroce e valido avversario del sultano turco Maometto II e lo sconfisse nel 1452, motivo per il quale è considerato un eroe popolare in Romania e in altre parti d’Europa o addirittura un santo della cristianità.

Anche Ferrante di Napoli, poggiando sulle alleanze con gli Sforza di Milano e gli Estensi di Modena, si oppose a Maometto II quando nel 1480 le truppe ottomane occuparono Otranto, giungendo via mare dai Balcani, massacrando la maggior parte della popolazione (nel 1481 gli ottomani conquistarono l’intera penisola balcanica).

Vlad Țepeș III di Valacchia, membro della casa dei Drăculești, un ramo della dinastia Basarab, è stato tre volte voivoda (principe ereditario) di Valacchia, un antico principato tra il fiume Danubio e le Alpi Transilvaniche che, unito alla Moldavia, generò il Regno di Romania. E’ ricordato con il suo patronimico, Dracula (dal rumeno Draculea), derivato da Vlad II Dracul, suo padre, membro dell’Ordine del Drago: nell’antico rumeno “dracul” significa proprio drago (oggi tale termine indica qualcosa di diabolico), e “dracula” ha il significato di “figlio del drago”. Țepeș sta invece per “impalatore”, a identificare il suo metodo preferito di esecuzione.

Vlad Țepeș nasce a Sighişoara in Transilvania, nel Regno d’Ungheria (oggi parte della Romania) nel 1431. Suo padre era il voivoda di Valacchia Vlad II Dracul, figlio del voivoda Mircea il Vecchio. Di sua madre non si hanno notizie (forse era figlio dalla principessa Cneajna Muşatina di Moldavia). All’età di 13 anni viene mandato dal padre, assieme a suo fratello Radu (Vlad aveva anche due fratellastri, Mircea II e Vlad Călugărul), alla corte ottomana come ostaggio, in base ad accordi presi con il sultano Murad II per averlo aiutato nella riconquista del trono di Valacchia, dal quale era stato estromesso da fazioni rivali con la complicità dell’Ungheria. I Drăculești vennero educati dai turchi all’arte della guerra, alla logica e alla fede musulmana.

Nel dicembre 1447, i boiardi (membri dell’alta aristocrazia feudale) in combutta con il reggente ungherese János Hunyadi si sollevarono contro Vlad II Dracul e lo uccisero nelle paludi di Bălteni. Mircea II di Valacchia, figlio primogenito ed erede di Dracul, fu accecato e sepolto vivo a Târgoviște, capitale del voivodato.

Alla morte del padre, per impedire che la Valacchia cadesse in mani ungheresi, Vlad Țepeș fu liberato e rispedito in patria e, appoggiato dagli ottomani, sottrasse il trono a Vladislav II. Pochi mesi dopo, però, Hunyadi, reggente per conto di Ladislao V il Postumo, re di Boemia e Ungheria (prigioniero dell’imperatore Federico III d’Asburgo), invase la Valacchia e rimise sul trono Vladislav II: Vlad III riparò in Moldavia, dove venne rieducato al cristianesimo alla corte dei Muşatini prima di tornare in Ungheria, dove János Hunyadi, sbalordito dalla sua conoscenza degli ottomani e dal suo odio per il sultano Maometto II, lo nominò consigliere.

Vlad Țepeș si distinse in battaglia in molte imprese con incursioni in territorio turco, combattendo contro i potentati cristiani in guerra con l’Ungheria e, nel 1454, nella battaglia di Szendrő, vinta al fianco degli ungheresi. Alla morte di Hunyadi, mentre Maometto II era concentrato sulla conquista dell’Ungheria, Vlad fece ritorno in Valacchia e riconquistò la sua terra uccidendo in combattimento Vladislav II. Bisognoso di appoggi contro gli ottomani, prestò fedeltà a re Ladislao V il Postumo promettendo privilegi ai mercanti sassoni in Valacchia: era però ancora succube degli accordi presi dal padre col sultano Murad II e doveva rendere omaggio alla “Sublime Porta” (l’impero ottomano) e garantirgli quindi supporto e versare tributi. Quando la nobiltà valacca si alleò con i sassoni di Transilvania, che supportavano altri pretendenti al trono di Valacchia, Vlad si mosse contro questi ultimi eliminando i loro privilegi commerciali e razziando i loro castelli. Nel 1459 Vlad fece impalare diversi coloni sassoni di Brașov.

Nel frattempo si preparava una nuova crociata contro gli ottomani, finanziata da Papa Pio II, nella quale il ruolo chiave era affidato al figlio di János Hunyadi, Mátyás Hunyadi, re d’Ungheria successore di Ladislao V il Postumo, che ricevette dal pontefice 40mila monete d’oro per assoldare 12mila uomini e acquistare 10 navi da guerra. Vlad si alleò con Mátyás Hunyadi e fece uccidere dei messaggeri turchi che esigevano il pagamento di tributi facendo inchiodare i loro turbanti alle loro teste. Il sultano inviò allora il Bey di Nicopoli, Hamza Pasha, a trattare con Vlad ma questi lo fece impalare. Poi attraversò il Danubio ghiacciato, arrivò in Bulgaria e trucidò oltre 23mila turchi. Il sultano Maometto II, accompagnato dal suo amante Radu, fratello di Vlad III, mosse dunque un grosso esercito contro la Valacchia. Nella notte tra il 17 ed il 18 Giugno 1462, quando i turchi giunsero in prossimità della capitale valacca Târgovişte, Vlad sferrò un attacco notturno contro il campo nemico dove era presente il sultano. Ma fallì e i valacchi furono costretti a ripiegare per l’attacco risoluto dei giannizzeri guidati da Ali Bey Mihaloglu. Vlad si arroccò nella fortezza di Poenari, tra i monti che separavano la Valacchia dalla Transilvania, il vero castello di Dracula (che non è quello di Bran, recentemente messo in vendita e che viene spacciato per tale). Maometto desistette dalla spedizione punitiva nei confronti del voivoda perchè i boiari si erano già alleati con Radu, nominato nel frattempo Bey di Valacchia.

Vlad si recò in Ungheria per chiedere aiuto al suo alleato Mátyás Hunyadi, il quale però lo fece imprigionare a Buda per alto tradimento a causa delle crudeltà dimostrata contro i mercanti sassoni e invase pure la Valacchia. Mátyás, inoltre, pare non avesse mai avuto alcuna intenzione di intrapredere una crociata contro gli ottomani e aveva preferito spendere i soldi del Papa in altri modi.

Non si sa con certezza quanto durò la prigionia di Vlad, ma fu a un certo punto lliberato per intercessione del voivoda di Moldavia, suo buon amico, Stefan III il Grande. Alla morte di Radu nel 1475, Vlad dichiarò l’inizio del suo terzo regno il 26 Novembre 1476 e iniziò nel 1476 i preparativi per la riconquista della Valacchia con il supporto ungherese. Il regno durò appena due mesi perchè “Dracula” morì, aprendo un mistero sulla sua fine.

La data esatta della morte di Vlad è sconosciuta: probabilmente è morto tra l’Ottobre e il Dicembre del 1476. Non si sa con certezza dove sia morto, forse lungo la strada tra Bucarest e Giurgiu. Non si sa neanche in quali circostanze abbia perso la vita, se ucciso dagli ottomani o perchè scambiato per un turco. Pare che la sua testa e la sua spada siano state inviate a Costantinopoli, capitale dell’impero ottomano, come trofeo di guerra.

Non si sa dove siano stati inumati i resti di Dracula: secondo la tradizione il suo corpo è sepolto nel monastero di Comana. Nel XIX si sparge la voce che Vlad sia sepolto nel monastero di Snagov, su un’isola nel bel mezzo di un lago a qualche decina di chilometri a Nord di Bucarest. Ma quella tomba di Dracula è completamente vuota. In un’altra tomba rinvenuta a Snagov, viene rinvenuto un corpo con abiti sontuosi ed un anello con il simbolo del dragone: il corpo, però, è provvisto di testa e ciò farebbe propendere per la tesi che non sia quello di Vlad. Al momento della sua morte, Vlad aveva circa quarantasette anni.

Poche fonti online parlano delle di mogli di Dracula e della sua discendenza: poco si sa delle sua prima moglie, una non precisata nobildonna rumena che si suicidò, dalla quale ebbe un figlio di nome Mihnea (detto il Cattivo), ma qualcosa in più si sa della seconda, Ilona Szilágyi, cugina di Mátyás Hunyadi e figlia del reggente del Regno di Ungheria Michael Szilágyi. Nell’anno in cui Mátyás imprigionò l’impalatore, gran parte dei suoi dodici anni di prigionia furono spesi nel palazzo di Visegrád dove fece la conoscenza di Ilona. Dopo la sua liberazione, la sposò ed ebbe due figli a cui diede il nome di Vlad IV Dracul e Mircea. Così come il padre, Vlad II Dracul, si ritiene che Vlad Țepeș possa aver avuto un buon numero di amanti e, probabilmente, di figli illegittimi.

La notizia di una discendenza “italiana” di Dracula non è nuova: Raffaello Glinni aveva già esposto la tesi secondo la quale Maria Balsa, moglie del Conte Giacomo Alfonso Ferrillo, vissuta a cavallo tra il 1400 e il 1500, sepolta nella Chiesa di Santa Maria Assunta e San Canio vescovo, cattedrale dell’arcidiocesi di Acerenza in Basilicata, sarebbe stata la figlia di Vlad III di Valacchia.

A suffragare tale ipotesi diversi elementi: le cronache del tempo riporterebbero con estrema precisione che la Balsa era la figlia del despota (detto voivoda) di una zona tra la Serbia e la Romania: il cronista storico Terminio descrive Maria Balsa quale figlia del despota di Serbia e sorella di Andronica Comnena (che la portò infante in Italia), moglie del noto condottiero e patriota albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, alleato del Regno di Napoli, adottata all’età di 7 anni dal Re di Napoli Alfonso I che, in virtù del presunto rango elevato, la concesse in sposa, alla fine del 1400, al nipote Giacomo Alfonso Ferrillo, conte di Muro Lucano e signore di Acerenza.

E’  da specificare  che la sorella di Andronica Comnena, Angelina Arianit Comnena, sposò Stefan III Branković, despota di Serbia: i due ebbero cinque figli, tra cui una bimba di nome Maria (1466-1495) che sposò il marchese del Monferrato Bonifacio III.

Appaiono dunque evidenti i rapporti continui ed i comuni interessi tra i Comneni, i Branković e anche i Dracula, evidenziati da ben due matrimoni, cui si aggiunse quello di Maria Despinafiglia di Despina, altra sorella di Andronica Comnena, con Mircea III Dracul, voivoda di Valacchia, figlio di Mihnea il Cattivo.

Forse la piccola Maria fu indicata quale figlia di Angelina Comnena o di Stefan Branković,  sfruttando l’omonimia con la figlia di questa, al fine di farla entrare in Italia quale figlia di un  voivoda slavo, quindi con il grado dovuto di principessa .

Come riportato in particolare in uno scritto coevo del 1531, riportato sul volume “La Cattedrale di Acerenza” alle pagine 289-290 (D’Elia, Gelao, edizioni Osanna, pubblicato da Prandi nel 1958), redatto in ambito familiare “con valenza giuridica e dinastica”, nel dare atto dei possedimenti in dote a Beatrice, figlia di Maria Balsa, sposa del principe  Ferdinando Orsini, viene indicata la Romania.

Stante la rivendica dei possedimenti rumeni, l’ipotesi è che Maria Balsa fosse pervenuta in Italia adottando il titolo di signora di Barsa, citta della Transilvania, e potrebbe essere verosimile che nel 1479-80 vi sia stato un accordo tra Voisava Comnena, un’altra sorella di Andronica, Branković e Vlad IV Călugărul, fratellastro di Dracula, per sottrarre la bambina ad una sicura morte e per allontanarla dalla Romania, onde evitare competizioni  dinastiche: la figlia di Voisava, infatti, andò in sposa al figlio di Călugărul, il voivoda Radu IV (succeduto al padre). Il nome Balsa potrebbe derivare dalla dinastia Basarab.

Un testo del 1873 indica invece Maria Balsa come figlia di Comita Comnena, settima sorella di Andronica, che sposò Gojko Balšić, signore di Misia, privo del grado di voivoda: la dinastia ufficiale dei Balšić si era infatti estinta con Balša III nel 1421, che non aveva lasciato eredi, sicchè Gojko non poteva fregiarsi del titolo di voivoda e tanto meno la di lui figlia. Tale riferimento, però, non convincerebbe pienamente: Comita e Gojko Balšić morirono in tarda età, non vengono mai menzionati dalla presunta figlia, non intervengono nella sede dei patti matrimoniali con i Ferrillo e non vi era alcun motivo per il quale la religiosissima  Maria Balsa dovesse interrompere drasticamente i rapporti con i genitori.

Agli inizi del 2012 il quotidiano Il Mattino ripropone la notizia: la figlia del conte Dracula avrebbe trascorso la sua giovinezza a Napoli accolta e adottata, nel 1479, da Ferdinando d’Aragona. Lo studio è sempre quello effettuato dal ricercatore Raffaello Glinni. In una cronaca antica di Napoli si racconterebbe dell’arrivo in città di una giovane principessa slava, Maria Balsa, messa in salvo dalla persecuzione dei turchi: lo stemma del blasone della famiglia che l’aveva accompagnata viene fuso con quello della famiglia napoletana dei Ferrillo quando la principessa, divenuta donna, sposa Giacomo Alfonso.

Trasferitasi in Lucania, fece realizzare nella cattedrale di Acerenza, ristrutturata nel 1520-1524 assieme al marito e su cui figura il blasone di quest’ultima – un drago alato che sovrasta, per rango, quello dei Ferrillo – una serie di opere d’arte in cui viene raffigurata la sua storia: un affresco nella cripta mostra Maria, in veste di santa, che schiaccia un drago che ha nel volto le fattezze del terribile padre.

Nell’affresco, le narici del naso dilatate del drago sarebbero identiche a quelle di Dracula – le descrizioni dell’epoca indicherebbero tale caratteristica – così come il mento pronunciato. Identica anche il riccio della barba del drago. Nella cripta vi è anche l’immagine di Sant’Andrea, patrono di Romania.

Molto probabilmente quella ritratta nell’affresco è la “Donna dell’Apocalisse”, un personaggio presentato nel libro biblico dell’Apocalisse al capitolo 12 che Giovanni descrive come “una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto“. Secondo Giovanni l’enorme drago rosso dell’Apocalisse, il “serpente antico”, Satana, cerca di divorare il figlio della donna ma ella viene salvata dall’intervento dell’arcangelo Michele. Secondo la tradizione cristiana, la donna può essere interpretata come Maria, madre di Gesù, per cui il brano di Giovanni è proposto nelle liturgia dell’Assunzione

Già anni fa, quindi, gli studiosi di questa vicenda sostenevano di aver recuperato documenti rarissimi secondo i quali lo stesso Dracula avrebbe trovato rifugio presso gli Aragona. Secondo i documenti allo studio, dopo aver messo in salvo sua figlia, anche Dracula avrebbe chiesto, e ottenuto, asilo presso il re Ferdinando d’Aragona e avrebbe concluso i suoi giorni sotto mentite spoglie presso la corte di Napoli. Ciò sarebbe avvenuto, presumibilmente, non prima del 1479.

Una novità si è aggiunta negli ultimi mesi a questa storia: una studentessa napoletana, Erika Stella, per la sua tesi di laurea si inoltra nel chiostro di Santa Maria La Nova, scatta una foto che le sembra “strana” e la manda via mail a degli studiosi che osservano l’immagine e restano basiti. Il fregio dei Balsa-Ferrillo sulla tomba napoletana, secondo gli studiosi, potrebbe essere la conferma di due ipotesi: il conte Dracula non morì in battaglia ma venne fatto prigioniero dai turchi; la figlia Maria riscattò il papà prigioniero e lo portò in Italia, facendo seppellire Dracula a Napoli alla sua morte.

Il marmo con lo stemma dei Balsa-Ferrillo, presunto “genero” di Dracula, è denso di riferimenti che non apparterrebbero alle spoglie dell’uomo che dovrebbe essere lì dentro. Come spiegato da Raffaello Glinni, la rappresentazione è lampante: c’è il drago, Dracula appunto, e ci sono due simboli di matrice egizia mai visti su una tomba europea. Si tratta di due sfingi contrapposte che rappresentano il nome della città di Tebe, che gli egiziani chiamavano Țepeș. In quei simboli c’è “scritto” Dracula Țepeș, il nome del conte. Non ci sarebbe quindi bisogno di altre conferme.

Il drago sulla lapide è certamente evocativo ma c’è da dire che Țepeș non ha nulla di attinente con gli egizi e l’antica Tebe, in quanto in rumeno ha il significato di “impalatore”, soprannome con cui Dracula era noto. Inoltre non sono nè chiare nè evidenti le simbologie direttamente riconducibili a Dracula, semmai quelle più generiche all’Ordo Draconis. Perché sulla tomba di Dracula ci sia il fregio dei Balsa-Ferrillo è un altro mistero.

Giuseppe Reale, responsabile del complesso museale della struttura di Santa Maria La Nova, ha voluto vederci chiaro e pur non mettendo in discussione la serietà dei ricercatori che sostengono di aver individuato la tomba di Dracula ha voluto seguire le ricerche in prima persona: la prima fase di esse ha condotto alla scopeta di una misteriosa epigrafe.

Si trova esattamente alle spalle della tomba dove gli studiosi sperano di trovare i resti di Dracula, ed è una iscrizione di difficile interpretazione. Pensando di trovarsi di fronte ad un’incisione di matrice balcanica, Giuseppe Reale ha chiesto sostegno ai docenti dell’Università Orientale di Napoli che hanno iniziato a studiarla. Per adesso non si è giunti ancora ad una soluzione dell’enigma. Si sa cosa “non è”, ma non è ancora chiaro in quale lingua sia redatta. Si possono rintracciare alcuni caratteri latini, altri greci, alcuni dal copto e dall’etiopico, ma essi non portano alla lettura di almeno una parola completa.

Fabio Sansiverio dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) ha effettuato inoltre un esame della tomba con la termocamera per scoprire eventuali sezioni di vuoto dietro il marmo e l’esatta posizione della sepoltura: una piccola porzione del monumento funebre, inspiegabilmente, emanerebbe un fortissimo calore. Lo stesso Sansivero ha però smorzato gli entusiasmi: non si tratterebbe di nulla di rilevante a livello scientifico. “Per ora”.

Con buona pace di chi su un noto quotidiano ha voluto cogliere l’ennesima occasione per denigrare Napoli scrivendo che dalla città partenopea non poteva che venir fuori un’altra patacca, sembra invece che il mistero di Dracula si stia rivelando abbastanza intricato e stia catalizzando l’attenzione di studiosi e appassionati: pur con delle forzature che vorrebbero ricondurre a tutti i costi le origini di Maria Balsa alla dinastia dei Basarab, è nel simbolo del drago e nel mistero che ancora avvolge la morte dell’impalatore valacco che resta valida l’ipotesi di una fuga del voivoda nel Regno di Napoli.

di Francesco Servino