La storia di Ottaviano in epoca romana

Compreso tra il Vesuvio e l’Appennino, il territorio nolano, oggi frazionato in più comuni e ambiti territoriali, un tempo era un’unica grande campagna caratterizzata da fertili terre e da un dolce clima.

Il lembo meridionale della Piana Campana, compreso tra le pendici del versante orientale del Vesuvio e il Piano di Palma, in epoca romana ricadeva in quello che fu l’ager Nolanus, di cui costituiva la periferia sud-orientale, confinante a sud con l’ager Pompeianus, nell’assetto riconoscibile almeno fino all’eruzione del 79 d.C., e in direzione sud-est con l’agro nocerino.

Ottaviano, che comprende nella sua circoscrizione comunale la maggior parte del Vesuvio fino alla cima, con esclusione del cratere, originariamente aveva un territorio molto più vasto di quello attuale detto “Terra d’Ottajano” che comprendeva le frazioni di San Giuseppe Vesuviano e Terzigno, divenute comuni autonomi rispettivamente nel 1893 e nel 1913.

L’origine e il nome di Ottaviano risalirebbero alla presenza nel suo vasto territorio di un praedium (fondo o podere) della gens Octavia, la ricca famiglia di Ottaviano Augusto che, come molte altre famiglie nobili romane, si stabilì a Nola quando il dittatore Lucio Cornelio Silla, dopo il 90 a.C., vi fondò una colonia, scegliendo come luogo di villeggiatura le saluberrime pendici del Vesuvio .

L’imperatore Augusto, che trascorreva la sua villeggiatura autunnale nel praedium paterno, come descritto da Tacito nel I libro degli Annales, avrebbe dato alla località il nome di Octavianum, denominazione mutata in Ottajano come attestano vari documenti redatti in latino nell’alto e basso medioevo e poi nella lingua volgare e nell’attuale lingua italiana. Divenne “Ottaviano” con Regio Decreto in data 19 Ottobre 1933, in occasione della celebrazione nazionale del bimillenario di Cesare Ottaviano Augusto.

La città di Nola, fondata 48 anni prima di Roma e 384 anni dopo la guerra di Troia dagli Etruschi-Tirreni, fin dal periodo repubblicano di Roma fu residenza di nobili famiglie romane, le quali, attratte dalla lussureggiante pianura e dai luminosi colli del Vesuvio, stabilirono la propria villeggiatura lontano dal centro urbano di Nola. Man mano le loro ville e tenute si mutarono in possedimenti di famiglia a cui, secondo la prassi romana, diedero il proprio nome.

La famiglia Ottavia, discendente dal famoso Caio Ottavio, console nel 165 a.C., si trovava a Nola tra le famiglie della colonia fondata da Silla. Ottavio, il padre di Augusto, dimorava a Nola con la moglie quando quando nacque il futuro primo imperatore. La famiglia Ottavia ebbe quindi un luogo di soggiorno fuori Nola e precisamente sulle pendici del Vesuvio.

Occorre specificare che tutti i toponimi terminanti in “ano” avrebbero origine da famiglie romane che, durante gli ultimi anni della repubblica e al principio dell’impero, si stabilirono nei fondi: per fare un esempio, dalle famiglie di Mario, Sabino, Pompeo, Quinto Decimo, Marco, Bruto e Sesto hanno avuto origine i nomi Marigliano, Saviano, Pomigliano, Quindici, Casamarciano, Brusciano e Scisciano.

La famiglia Ottavia possedeva in Campania ricchezze enormi, per testamento, donazione e per confisca. La cittadina di Ottaviano era quindi un fondo di Augusto e della moglie Livia: è assai probabile, quindi, l’origine romana del paese, che da possedimento privato si trasformò progressivamente in un borgo. Augusto diede a Ottaviano gli onori di Municipium, già spettanti a Nola, Napoli e Pompei in forza della legge Julia del 90 a.C.. Così Octavianum godette di maggiore libertà e, protetta dalle leggi romane, potè radunarsi in comizio per deliberare sui propri affari e nominare il supremo ufficiale e l’Ordo Decurionum, com’era consentito ad un Municipium.

Secondo il racconto storico di Livio e Cicerone circa la battaglia del fiume Veseri – il cui antico corso fu seppellito da un’eruzione ma la cui esistenza sopravvive nel folclore locale che racconta di un rumoreggiare di acque sotterranee in zona, frequentemente captate all’interno di pozzi – esplicitamente citata dallo storico Valerio Massimo, l’odierna Ottaviano avrebbe un’origina preromana e corrisponderebbe proprio a “Veseri“, località alle falde del Vesuvio dove avvenne la battaglia tra Romani e Latini Campani nel 340 d.C. i quali si armarono per avere diritti politici spettanti loro come alleati di Roma. I Latini, con 42mila uomini, si accamparono alle falde del Vesuvio, sulla riva destra del fiume Sarno, mentre i romani giungevano da Capua.

All’abbondanza di acqua, collegata verosimilmente alla presenza di sorgenti e quindi probabilmente anche di un fiume, rimanda il toponimo Fontana con cui è contrassegnata tutta la zona ad ovest di località Castelvetere, ancora oggi caratterizzata dalla presenza di acque sotterranee che è possibile osservare, ad esempio, in uno chalet su Via Valle delle Delizie, captate all’interno di un pozzo che crea uno scenario molto suggestivo.

Altra battaglia degna di nota è quella del 73 a.C.: nell’ultimo periodo della Repubblica Romana scoppiò la guerra servile, affinchè gli schiavi ottenessero una personalità giuridica più umana e meno bestiale. Il capo della rivolta fu il tracio Spartaco. Questi, infrangendo i cancelli dell’ergastolo di Lentulo Barbato in Capua, assieme ad altri 10mila congiurati, si rifugiò sul Monte Vesuvio. Da qui partirono le azioni militari che sconfissero gli eserciti di Valerio Gabro e Publio Valerio inviati a debellarli. I rivoluzionari si rifugiarono nella voragine di un antico e spento cratere ad Ottaviano (Carcava) per poi aggredire alle spalle gli avversari, ovvero il fiore delle legioni romane guidate da Claudio Gabro.

Sull’origine del nome di Ottaviano sussistono comunque altre ipotesi: in un’epigrafe scoperta a Napoli nel ‘700 si legge che nei secoli a.C., sulle falde orientali del Vesuvio, fiorì una cittadina denominata Teclano, che mutò poi il suo nome in Atejano. Questa località potrebbe corrispondere ad Ottajano. Dell’esistenza di Teclano parla un importantissimo documento, la Tavola Peutingeriana, una pergamena piegata in 12 fogli su cui è disegnata la rete stradale dell’Impero Romano. Si tratterebbe di una copia medievale di quella originale redatta nel primo secolo dell’impero: fu rinvenuta a Vienna nel 1507 dall’umanista e poeta bavarese Celtis Konrad Pickel. La tavola prende il nome dal discepolo di Pickel, Konrad Peutinger, che la fece pubblicare. Nel foglio che riguarda la parte vesuviana c’è il tracciato di una strada e vi si legge: Heapolis, Herculanum, Oplontis, Pompeis, Nuceria; da Pompeis di dirama una strada verso est che conduce “ad Teglanum” e ad Hola. Nel mezzo, tra Pompeis e Stabios, scorre il Sarnus Flumen, il fiume Sarno. Accanto a Oplontis e “Ad Teglanum” è disegnato un casotto di guardia o un castello.

Quanto all’antica denominazione di Veseri, il riferimento è ai racconti di Livio che descrive la già citata battaglia tra Romani e Latini in questo modo: “Pugnatum est haud procul Vesuvii Montis, qua via ad Veserim ferebat” (si combattè non lontano dalle falde del Monte Vesuvio, dove una via conduceva a Veseri). Può darsi pure che il paese abbia avuto quattro denominazioni nel corso dei secoli: Teclano, Atejano, Veseri e infine Ottaviano.

E’ possibile traslitterare questi nomi per comprenderne il significato: Teclano, in greco, può essere scomposto in Tek, La, No, ovvero “generare”, “popolo”, “nuovo”, alludendo alla fondazione di una nuova località da parte dei figli greci della Valle del Sarno; Atejano, sempre di derivazione greca, può essere scomposto in Ate e Jano (da Uieon), “disgrazia” e “figli”, alludendo a un disastro naturale, probabilmente a un’eruzione. Su come si sia passati da Atejano a Veseri sussiste un’ipotesi: Veseri potrebbe derivare da Fenser, mutato in Veseri presso i Latini, nome con cui era noto il Vesuvio nell’antichità e dalle cui falde sgorgava un fiume col medesimo nome che bagnava l’abitato. Un’immane tragedia potrebbe aver distrutto Atejano e i superstiti edificarono, quindi, un nuovo insediamento sul fiume Veseri.

Avendo già trattato di Ottaviano nel Bronzo Antico, ci concentreremo sulla storia romana della cittadina vesuviana: per comprendere gli eventi è importante ricordare che negli ultimi secoli del II millennio a.C., popoli provenienti dall’Egeo si spostarono nell’Italia tirrenica e si fusero con quelli appenninici dando origine agli Etruschi. Questa gente popolò anche il territorio vesuviano che ben si prestava all’agricoltura. Il territorio vesuviano fu dapprima abitato dagli Opici e dagli Ausoni, a cui seguirono i Pelasgi, gli Etruschi e i Sanniti. Dalla fusione dei Sanniti con gli Opici nacque il popolo Osco verso la seconda metà del secolo V a.C. Gli Osci si raggrupparono in federazioni che facevano capo a Capua, Nocera e Nola-Avella: scomparirono (politicamente) verso la fine del III secolo a.C., non prima di aver svolto un ruolo di mediatori tra la cultura greca e romana. Dunque è dalla colonizzazione greca che ha origine la storia vesuviana mentre quella romana comincia nel III secolo a.C.. E’ lecito pensare che i primi abitatori della Valle del Sarno si siano spinti fino alle pendici del Vesuvio ad Ottaviano: i Pelasgi, infatti, restavano a lungo nello stesso posto e inoltre dovevano pure sfruttare l’agricoltura.

Se scarsi sono i reperti archeologici attualmente conservati ad Ottaviano, dalla presumibile ma non accertata provenienza dal suo territorio (un’epigrafe funeraria, due statue, due colonne marmoree e monete varie), numerose sono invece le informazioni in nostro possesso consistenti in notizie orali e bibliografiche, di vecchi e più recenti ritrovamenti, sporadici o casuali, di recuperi occasionali poco o male documentati, purtroppo non sempre verificabili, cui di recente si sono aggiunti nuovi e interessanti aggiornamenti.

Le prime notizie ufficiali di ritrovamenti archeologici nel territorio di Ottaviano risalgono alla seconda metà del XVIII secolo e indiziano chiaramente la presenza di una villa residenziale: si tratta di bolli laterizi, di frammenti di intonaco dipinto e di pezzi di condotti di piombo che furono consegnati, tra Maggio e Novembre del 1776, all’architetto Francesco la Vega, stretto collaboratore dell’ingegnere militare spagnolo Roque Joachin de Alcubierre, direttore degli scavi per conto dei Borbone, per il loro trasferimento al Real Museo di Portici.

Ci sono poi rinvenimenti non ufficialmente segnalati ai competenti organi preposti alla tutela dei beni di interesse archeologico la cui conoscenza non deriva da fonti ufficiali ma da notizie orali da verificare come quelle di Silvio Cola e Luigi Saviano da cui apprendiamo che: nel 1823, nella località Fontana, scavandosi ad oltre 7 metri di profondità venne alla luce “una specie di cella vinaria romana“; che nel 1854 l’archeologo Sasso individuò tra Somma e Ottajano “i resti di un acquedotto arcaico che si allungava per circa 200 metri sotto una leggera crosta di lapillo“; che nel 1862, nella località San Leonardo, poco lontano dall’alveo che conduce a San Gennarello, durante uno scavo per l’estrazione di pozzolana furono rinvenute “fabbriche antiche a guisa di forni con dentro cranii ed ossa umane di sproporzionata grandezza ed anfore“; che nel 1947, sulla collina di Montevergine, poco dietro il Castello Mediceo, durante uno scavo vennero alla luce i resti di strutture murarie, frammenti di intonaco dipinto, robuste ferramenta e un pavimento di spesso cocciopesto, interpretato dal grande archeologo Amedeo Maiuri come piano di un torculario da uve; che nel 1961, nel quartiere Palazzine nei pressi della Stazione della Circumvesuviana, durante i lavori di ampliamento dello stabilimento LIRSA furono rinvenuti resti di strutture murarie e di pavimenti in cocciopesto, anfore e un bollo laterizio; che nel 1966, in località Papiglione, durante lo scavo per le fondamenta di una civile abitazione fu rinvenuta una moneta repubblicana: si ha notizia orale anche di rinvenimenti nella stessa zona, a una distanza di 200-300 metri l’un dall’altro, di resti murari e affioramenti di cocciame vario; che nel 1970, nel quartiere Immondezzaio, durante lo scavo di una cisterna a 6-7 metri di profondità furono rinvenute strutture murarie in opera laterizia e una moneta commemorativa di Vespasiano del 73 d.C.; che nel 1972, in località Trofa, nell’abbattere un castagno, da sotto le radici scalzate, venne fuori una moneta molto consunta dell’imperatore Galerio che regnò dal 293 al 311 d.C. Generiche segnalazioni orali di strutture d’incerta interpretazione riguarderebbero invece Piazza Annunziata e Via Piazza (selciato e muri) e materiale sporadico (ordio) e pavimenti a mosaico rinvenuti in Via San Giovanni.

Dei ritrovamenti menzionati è stato possibile accertare l’evidenza, attraverso ricognizioni di superficie, solo per quelli ubicati in località Montevergine e in località Trofa.

Il controllo sistematico del territorio garantito dall’Ufficio Scavi Zone Periferiche a tale scopo istituito ha reso possibile l’acquisizione di nuovi dati sulla presenza di testimonianze archeologiche sconosciute o solo genericamente e parzialmente segnalate relative a ville rustiche e ville di soggiorno situate lungo le pendici del Vesuvio in un paesaggio di straordinaria bellezza: sfruttando l’orografia della zona, esse si sviluppavano su vari livelli. Per tecnica edilizia e per i materiali in esse rinvenuti sono collocabili in un arco di tempo che va dal III-II secolo a.C. al I secolo d.C..

Tre ville sono state individuate sullo stesso asse, a breve distanza l’una dall’altra, sulla sommità di una collinetta: esse voltano le spalle all’attuale Via Valle delle Delizie, separate da valloni.

La villa in località Carcovella, a circa 440 metri sul livello del mare, è quella posta più in alto sinora conosciuta e apparteneva probabilmente a un liberto della gens Iulia, come attesterebbe un bollo laterizio. Al suo interno in una prima ispezione del 1992 furono trovati abbondanti frammenti di intonaco rustico, cocciopesto e ceramica comune, sparsi lungo il pendio della collina coltivata a vite, alla base della quale, presso una cavità, fu intravista una porzione di muro. Nel 1994, durante i lavori di risistemazione del fondo, vennero alla luce tratti di strutture murarie parzialmente ricoperte da intonaco rustico.

A quota 340 metri circa sul livello del mare, in località Montevergine, è situata la villa di cui il Maiuri potè osservare dei resti murari, cocciame vario, frammenti di intonaci decorati, frammenti e lacerti di cocciopesto, da lui interpretati come pertinenti ad un torcularium durante un sopralluogo ivi eseguito nel 1947 e di cui rimane un brillante resoconto in “Passeggiate Campane” del 1950. Dalla zona, sottoposta a sbancamenti vari, furono recuperati nel 1985 i due elementi mobili (coppia di orbes) di una macina per olive (trapetum), oggi conservati nei depositi di Pompei Scavi.

A quota 280 metri circa sul livello del mare, in località Trofa, alle spalle del Castello Mediceo, tratti di muro e frammenti vari di ceramica, frammisti a terreno dilavato, messi in un luce a seguito di lavori di sbancamento eseguiti per la risistemazione del fondo e la costruzione di una cisterna ad uso dello stesso, indiziano la presenza di una villa che, data la vicinanza, potrebbe essere quella da cui provenivano le statue di togati che ornavano la terrazza del Castello.

Due siti di pendio ubicati sullo stesso asse sono stati individuati rispettivamente in località Mazzamei e in località Boscariello (Zabatta). La presenza di un insediamento in località Mazzamei a circa 400 metri sul livello del mare è indiziata dall’affioramento, sulla parete esposta di una cava a seguito di uno sbancamento, di una grande quantità di frammenti ceramici, di cocciopesto e di laterizi.

Il sito di Boscariello, a 200 metri sul livello del mare, individuato anch’esso grazie allo sbancamento/spianamento di una collina per l’estrazione di materiale vulcanico, ha conservato delle evidenze più importanti: dalla parete della cava sono emersi i resti di strutture murarie in opus incertum ricoperte di intonaco dipinto, in chiara posizione di crollo, e prodotto l’affioramento/spargimento di numerosi frammenti di intonaci dipinti di II stile di ottima fattura e di cocciopesto, nonchè di frammenti di ceramica comune e sigillata, di tegole e di dolii, elementi indizianti la presenza di una villa rustica dotata di un ricco quartiere residenziale. Indagini eseguite nel 1993 e nel 1994 hanno portato a ritenere che la villa era ubicata proprio al centro della collinetta spianata e che le strutture affioranti dalla parete della cava erano, purtroppo, le uniche superstiti dell’edificio originario.

Un’altra villa di pendio, la meglio conservata, è quella scoperta su una collinetta in località Bosco de Siervo, al confine con Somma Vesuviana: un’indagine sistematica, condotta nel 1995 con fondi ministeriali nel sito indiziato dall’affioramento nel corso di una ricognizione di superficie di cocciame vario e creste murarie, ha messo in luce parte di un insediamento abitativo con impianto termale e una cisterna, gravemente danneggiato da sbancamenti moderni e da scavi clandestini. La vita del complesso ebbe più fasi costruttive, pre e post 79 d.C.: lo strato di cenere ha restituito due aghi crinali in avorio decorati ad un’estremità da una piccola figura di Venere Anadiomene, il disco di uno specchio in bronzo dall’orlo percorso da una serie di piccoli fori e un asse di Domiziano databile al 73 d.C.. A nord-est dell’impianto termale si apre la nicchia dov’era alloggiata la vasca, non rinvenuta in situ. Il piano pavimentale presenta una decorazione musiva a piccole tessere bianche e nere consistente in un tappeto bianco con al centro un’ancora nera, cui sono opposti trasversalmente due delfini e due nuotatori neri, bordato da una fila di onde correnti nere tra due fasce nere. Il pavimento della nicchia è a mosaico di tessere bianche con fascia a tessere nere, la soglia mosaicata presenta invece un motivo floreale: una rosa a sei petali bianca, inscritta in un cerchio a tessere nere, a sua volta inscritto in un quadrato a tessere bianche, delimitato da una fascia a tessere nere. Il distacco del mosaico (per motivi di sicurezza) ha consentito di conoscere l’impianto ad ipocausto presente al di sotto del pavimento: esso era composto da tubuli ad estremità quadrate poggiate su un piano in cocciopesto e sorreggenti tegulae bipedales che facevano da sostegno al soprastante pavimento, ornato da due strati preparatori: un rudus di tritume di calcare e calce e un nucleus di cocciopesto e calce in cui era allettato il mosaico.

Sia il sito di Bosco de Siervo che di Boscariello, interessati da evidenze archeologiche di maggiore consistenza, sono stati gli unici ad essere stati esplorati sistematicamente con uno scavo programmato a carico della Soprintendenza.

Indizi a supporto dell’interesse archeologico di un altro sito di alta quota, a 400 metri sul livello del mare, provengono dalla località Castelvetere dove nel corso di lavori di diserbo condotti nella zona nel 1992 furono messe in luce delle strutture murarie di incerta interpretazione e recuperati dal terreno di riporto numerosi frammenti di laterizi, di ceramica comune e a vernice nera che indiziano la frequentazione dell’area fin da epoca tardo-repubblicana.

Ottaviano, però, ha restituito testimonianze archeologiche anche dalla zona più a valle, a vocazione agricola, come dimostrano i rinvenimenti in località Raggi, estrema periferia est del territorio comunale. Più a nord di Raggi, precisamente in località Strocchioni (denominata pure “Toppa dei Librai”), è stato individuato nel corso di una ricognizione un sito di interesse archeologico (frammenti di cocciopesto, di intonaco dipinto e di piccoli lacerti di mosaico a tessere bianche riutilizzati nelle murature perimetrali di un antico rudere ivi esistente). Dalla campagna circostante affiora cocciame vario e cocciopesto. La collinetta, di sicuro interesse antropico, potrebbe nascondere i resti di una villa residenziale ben conservata.

Quanto all’epigrafe funeraria conservata nel cortile d’ingresso del Castello Mediceo, si tratta di un grosso blocco quadrangolare di pietra vesuviana contornato sui lati e sulla fronte da un fregio vegetale entro il quale si articolano cinque righe di testo: “SEX FIRMIO/ANTHIO/ET FIRMIAE/NAIDI/ET SUIS” che ricorda l’erezione di un monumento funerario dei membri della gens Firmia, una nobile famiglia dell’ordine senatorio romano della fine del periodo repubblicano. Nello stesso castello si conservava l’unica statua marmorea superstite (anch’essa trafugata) di un togato di epoca augustea.

Nella chiesa di San Michele Arcangelo si trovano, riutilizzate come sostegno del pulpito, due colonne tortili scolpite a motivi floreali, ritenute provenienti da un tempio (Castore e Polluce) di età augustea.

Fino all’inizio del secolo scorso il Comune di Ottaviano era in possesso di una grande e importante collezione di monete romane rinvenute nel suo territorio e databili da Augusto fino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Tale collezione andò smarrita, o molto probabilmente trafugata, nella terribile eruzione del 1906, quando la sede comunale rimase abbandonata durante la terribile pioggia di cenere e lapillo. Tutte le monete erano state rinvenute in paese attraverso i secoli, qua e là sui colli durante i lavori di scavo, ed erano state conservate. Tra le varie monete ve ne erano di Augusto con la vittoria su una colonna e con due serpenti ai lati, a significare l’Asia e l’Europa unite in un solo impero.

La città di Ottaviano conserva quindi tracce importanti della sua storia antica, così come tutti i comuni vesuviani e quelli della Valle del Sarno. Un nuovo, importante e fortunoso ritrovamento, come quello avvenuto nel 2010 di un imponente capitello romano nel cortile di una scuola in località Albertini nella vicina Piazzolla di Nola, un tempo ricadente nel fondo di Octavianum, farebbe supporre l’esistenza di ulteriori, importantissimi, edifici del mondo antico che giacciono ancora sepolti e nascosti. E’ necessario, per portare a compimento un percorso conoscitivo, di riscoperta e di valorizzazione del territorio, intraprendere gli scavi in quei siti maggiormente indiziati in modo tale da arricchire il già corposo volume che interessa la storia del comune “proprietario” del Vesuvio.

di Francesco Servino

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