Snowpiercer, la recensione

Meno male che, una volta tanto, gli adattatori italiani hanno lasciato intatto il titolo del film, altrimenti avrebbero dovuto intitolarlo “Bucaneve”, come l’omonimo biscotto…

“Snowpiercer” è diretto da Bong Joon-Ho, è basato sulla serie a fumetti francese di fantascienza post apocalittica “Le Transperceneige” e rappresenta il debutto cinematografico in lingua inglese per il regista sudcoreano.

In un futuro non lontano, la Terra conosce una nuova Era Glaciale causata dall’uomo stesso in un goffo tentativo di combattere i cambiamenti climatici (e già da subito c’è una bella strizzatina d’occhio ai tormentoni del surriscaldamento globale e delle “chemtrails”).

Gli ultimi sopravvissuti del genere umano vivono confinati in un treno rompighiaccio in grado di correre perpetuamente attraverso il globo. L’inventore di questa macchina perfetta, il misterioso Wilford, ha anche determinato un sistema sociale su cui si regge l’equilibrio della comunità che abita i vagoni del treno. In coda stanno i miserabili sfruttati che salirono a bordo gratis, verso la testa del treno vivono invece nei privilegi i passeggeri di prima classe.

Ma la rivolta degli oppressi dalla coda del treno è oramai imminente e il suo leader, Curtis, attende solo il momento giusto per tentare l’ardimentosa presa della testa del convoglio.

Molto atteso, ed anche molto decantato, “Snowpiercer” è il raro caso di un’opera d’autore di grandi ambizioni commerciali che non immola la visione – in questo caso abbastanza paradossale – del suo regista sull’altare del successo di botteghino.

Bong Joon-Ho ha ben saputo tenersi in equilibrio tra le trame di sci-fi distopiche (con grande dispendio di mezzi, particolarissime scenografie e un’ottima fotografia) tipicamente occidentali e il ritmo all’orientale, che talvolta si rallenta e talvolta conosce brusche accelerate.

La storia di Bong è sicuramente molto particolare, spesso arieggia un capolavoro surreale come “Brazil” (soprattutto nei costumi e gli atteggiamenti dei “gerarchi” e soldati sottoposti di Wilford) in alcune scene (impagabile quella della “scuola”) ma se non siamo sicuramente dinanzi ad un film che diventerà un classico – è stato paragonato a “Matrix” o a “Blade Runner” – sicuramente siamo dinanzi ad una storia di buon intrattenimento che non punta ad essere sempre perfettamente verosimile e le cui incongruenze possono essere scavalcate sol quando la si inizi ad intendere come una metafora vera e propria…

E la metafora di Bong Joon- Ho diventa anche una riflessione filosofica sulla natura dell’uomo e le sorti dell’umanità, cupa e inquietante, disperata e appropriatamente raggelante, ma al contempo venata – come sempre in Bong – di sapida ironia e aperta, nel finale – a sorpresa…. forse! – a un raggio di speranza, speranza che resta comunque  abbastanza problematica.

Memorabile Tilda Swinton: crudele, robotica e ironica; viscida e arrendevole…! Non la si dimenticherà facilmente nei panni della “gerarca” Mason.

di Riccardo Bruno