Sentenza amianto, ingiustizia “all’italiana” è stata fatta

Ha dichiarato il lutto cittadino il sindaco di Casale Monferrato che, ovviamente, non ha ben accolto la sentenza della Cassazione sull’amianto: dagli anni cinquanta, nel comune alessandrino, sono morte oltre milleseicento persone per mesoteliama pleurico, la malattia causata dalla fibra killer.

Alla sbarra erano finiti un miliardario svizzero e un nobile belga: Stephan Schmidheiny, ex presidente del consiglio di amministrazione di Eternit, e Louis de Cartier de Marchienne, direttore dell’azienda negli anni sessanta, ritenuti direttamente responsabili delle morti per mesotelioma avvenute tra i dipendenti delle loro fabbriche.

Membro di una delle più importanti dinastie industriali svizzere, nel 1976 Schmidheiny viene nominato CEO del gruppo svizzero Eternit diventando poi membro del consiglio di amministrazione di Nestlé, Swatch, UBS e ABB Asea Brown Boveri. Secondo Bilanz, una rivista svizzera di economia, il suo patrimonio nel 2008 era pari a 1,9 miliardi di sterline britanniche, quasi 2 miliardi e mezzo di euro.

La battaglia contro il fibrocemento ha inizio il 10 Dicembre 2009 con il procedimento legale avviato dal Palazzo di Giustizia di Torino in seguito alle indagini del procuratore della Repubblica Raffaele Guariniello e all’azione legale collettiva promossa da circa 6000 persone che chiedevano il riconoscimento dei danni causati per la morte di circa 3000 persone che lavoravano e/o vivevano nei pressi delle installazioni Eternit in Italia .

Il 6 Aprile 2009 prende il via l’udienza preliminare con 2889 persone offese, la più grande mai celebrata dal Tribunale di Torino. Gli imputati devono rispondere delle accuse di disastro ambientale doloso e di rimozione volontaria di cautele sui luoghi di lavoro per le malattie (quasi tutte con esisto letale) che hanno colpito 2619 dipendenti delle sedi di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia), Bagnoli (Napoli) e 270 tra familiari o residenti venuti a contatto con l’amianto.

Il 13 Febbraio 2012 arriva la sentenza di primo grado: 16 anni di reclusione ai due imputati per “disastro ambientale doloso permanente” per “omissione volontaria di cautele antinfortunistiche” e indennizzi per 80 milioni di euro da corrispondere alle parti civili. Schmidheiny non si presenta ad alcuna udienza, compreso quella in cui viene emesso il verdetto.

Il ricorso in appello è contenuto nelle 643 pagine dei difensori di Schmidheiny e De Marchienne e si apre il 14 Febbraio 2013. Quattro mesi dopo, il 3 Giugno 2013, Schmidheiny viene di nuovo condannato: l’appello inasprisce la pena, che passa da 16 a 18 anni, e stabilisce un indennizzo di 89 milioni euro per le parti di civili. La sentenza, secondo Guariniello, è “un inno alla vita, un sogno che si avvera“. La Corte d’Appello di Torino sancisce il non luogo a procedere per De Marchienne, perchè il il 22 Maggio 2013 viene a mancare, all’età di 92 anni, e per responsabilità civile dispone il risarcimento alla Regione Piemonte di 20 milioni di euro e di 30,9 milioni di euro per il comune di Casale Monferrato.

Oggi la Cassazione annulla senza rinvio la sentenza d’apello dichiarando prescritto il reato di disastro ambientale, annullando le condanne e i risarcimenti in favore delle parti civili. Il sostituto procuratore della Cassazione, Francesco Iacoviello (lo stesso che aveva provato smontare l’accusa di “concorso esterno” alla mafia per Marcello Dell’Utri bollandola come “reato indefinito al quale, ormai, non crede più nessuno”, ndr), ha chiesto di dichiarare prescritto il maxi processo per le discrepanze tra la sentenza di primo e di secondo grado che riguardano il momento consumativo del disastro: in primo grado si è detto che il disastro cessa quando la bonifica degli ambienti è stata interamente completata; in secondo grado i giudici hanno detto che il disastro termina nel momento in cui non ci saranno morti in eccedenza, sostenendo che finchè dura la malattia dura il disastro.

Secondo Iacoviello le morti non fanno parte del concetto di disastro: se il tempo di latenza del mesotelioma è di 20 anni, vuol dire che il disastro era in atto 20 anni fa, non oggi. Quindi il reato è cessato quando la Eternit ha smesso di inquinare (lo stabilimento di Casale è stato chiuso nel 1986).

Il reato di disastro ambientale doloso si prescrive in 12 anni e mezzo, tempo abbondantemente scaduto perchè l’arco temporale in questione va dal 1986 (anno del fallimento della Eternit) al 1998: secondo il pg Iacoviello il reato è stato commesso fino a quando c’è stato l’inquinamento. L’imputato, per Iacoviello “è reponsabile di tutte le condotte che gli sono state ascritte” ma “il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto“. E così giustizia non è stata fatta: venticinque anni di attesa per giungere a un verdetto beffa. Resta impunito una dei peggiori disastri ambientali della nostra storia.

Siamo di fronte a un fatto storico per ciò che riguarda la storia del diritto in Italia: in Regno Unito, Francia, Germania tutto questo non sarebbe mai avvenuto perchè il nostro Paese è quello in cui finiscono al macero 40mila processi all’anno già iniziati. In Senato restano congelati gli emendamenti del PD che prevedono lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado o dopo il rinvio a giudizio.

Ma c’è qualcosa di marcio in tutta Europa se un personaggio come Schmidheiny nel 1990 viene nominato capo consulente (e poi “presidente onorario”) per gli affari e l’industria presso la Segreteria Generale della Conferenza ONU per l’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED), la cosiddetta Conferenza di Rio (1992), con l’obiettivo di far fronte alle sfide ambientali in termini di sviluppo: come mettere un lupo a guardia della pecore.

E c’è qualcosa di marcio in tutto il mondo se un uomo che possiede oltre 120mila ettari di terreni in Cile, sottratti con la forza, con sistemi usuali di intimidazione, tortura e assassinio durante il regime militare di Augusto Pinochet al popolo Mapuche, che le reclama da tempo immemore, dagli anni novanta opera con una fondazione (AVINA) che contribuisce allo “sviluppo sostenibile” nell’America Latina.

Da Zurigo Stephan Schmidheiny si difende: “Il processo Eternit, nei precedenti gradi di giudizio, si è svolto in violazione dei principi del giusto processo“. Il magnate svizzero si aspetta che lo Stato italiano lo protegga da ulteriori “processi ingiustificati e che archivi tutti i procedimenti in corso“. Per Schmidheiny non è attraverso i processi penali contro singole persone che si risolve la catastrofe dell’amianto e i giudici di Torino, nelle loro sentenze, hanno costruito “una vera e propria teoria del complotto” sostenendo che egli avrebbe per puro profitto orchestrato una campagna mondiale al fine di creare confusione nell’opinione pubblica rispetto ai pericoli dell’amianto, accettando consapevolmente la morte di migliaia di persone e causando intenzionalmente un disastro senza precedenti.

Sono ancora tre le inchieste aperte a Torino per il caso Eternit: nella prima, per quale è stato notificato l’avviso di chiusura indagini, Schmidheiny è indagato per omicidio volontario per la morte per mesotelioma di 213 persone; il secondo procedimento si riferisce agli italiani deceduti dopo aver lavorato negli stabilimenti Eternit in Svizzera e Brasile; il terzo fascicolo riguarda l’amiantifera di Balangero, nel Torinese, la più grande cava d’amianto d’Europa: uno studio epidemiologico ha messo in evidenza 214 casi di morte e Schmidheiny è indagato perché la struttura entrò per qualche tempo nella galassia Eternit.

di Francesco Servino