Caos San Gennaro: cosa sta accadendo a Napoli

Sabato scorso un folto gruppo di cittadini si è dato appuntamento davanti al Duomo di Napoli per una singolare protesta al grido di “Giù le mani da San Gennaro”: l’attuazione di un decreto del ministro Alfano snaturerebbe la “Deputazione“, l’organo laico che sovrintende la custodia del tesoro del santo.

Alla manifestazione hanno aderito movimenti identitari, liberi cittadini e qualche esponente politico che non si è lasciato sfuggire la ghiotta occasione di mettersi in mostra. Ma cosa ha scatenato la rabbia di tante persone? La risposta è nella storia.

Il 13 Gennaio del 1527, anniversario della traslazione delle ossa di San Gennaro dall’Abbazia di Montevergine (Avellino) a Napoli, i napoletani fecero voto al santo patrono di erigergli la più bella cappella nel Duomo con un documento sottoscritto sull’altare maggiore rogato da un notaio.

Per ottenere la liberazione dai flagelli, i rappresentanti dei “sedili di Napoli” (anche detti “seggi”), istituzioni per il bene comune della città rappresentate da cinque “eletti” nobili e un sesto eletto del popolo, fecero voto di offrire diecimila scudi per la costruzione dell’opera.

Gli “eletti” nominarono in seguito (nel 1601) una commissione laica composta da due rappresentanti per sedile, dodici in totale, che prese il nome di “Deputazione” affidandole la supervisione della costruzione della cappella: il finanziamento preventivato aumentò di molto, ma il Vaticano non stanziò un singolo contributo.

La Deputazione, dalle origini, difende il diritto di patronato della città di Napoli sulla Cappella in quanto espressione dell’autonomia e dell’indipendenza dalla curia arcivescovile. Il 15 Agosto 1927, Papa Pio XI, con la bolla “Neapolitanae Civitatis”, riconosceva a tutti gli effetti il diritto di patronato della città di Napoli sulla Cappella, l’amministrazione dei beni, l’elezione dei cappellani coi relativi diritti e doveri, il servizio del culto divino e altri privilegi ad essa inerenti.

Dal 2003 alcuni ambienti adiacenti alla Cappella, tra le massime espressioni artistiche della città di Napoli, ospitano il Museo del Tesoro di San Gennaro, collezione di ex-voto più ricca, secondo alcune stime, del tesoro della regina d’Inghilterra e degli zar di Russia. Unica nel suo genere è la collezione di argenti, antica di 700 anni, che non ha mai subito furti o manomissioni e si presenta perciò intatta (ha goduto anche della protezione della camorra).

Ma cosa prevede il decreto del Ministro dell’Interno Angelino Alfano? La nomina da parte della Curia di quattro componenti della Deputazione: il Viminale equipara l’antica istituzione città di Napoli alle cosiddette “fabbricerie”, enti composti anche da ecclesiastici che si occupano dei luoghi sacri per conto dello Stato. Ben un terzo della Deputazione finirebbe sotto il controllo della Curia e dunque la nomina dell’abate della Cappella e degli altri prelati.

Insomma, in discussione è un’istituzione laica e antica, espressione sia dei nobili della città di Napoli che del popolo, destinata a finire nelle “grinfie” della curia romana che, più volte e senza esito nei secoli, ha cercato di impadronirsi della Cappella: finora i papi hanno protetto con bolle questa corporazione sui generis e qualcuno auspica l’intervento di Francesco.

Sulla graticola è finito anche l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, accusato di ingerenze su Alfano e di voler da sempre sottrarre la Cappella alla laicità: per il momento il prelato preferisce tacere sulla vicenda ma ha dichiarato di voler “parlare e parlare molto” quando sarà il tempo.

Sul piede di guerra il principe di Carafa, vicepresidente della Deputazione, discendente di quell’Alessandro Carafa che nel 1497 si recò armato a Montevergine per riprendere le reliquie del santo. La Deputazione ha già annunciato il ricorso al Tar: l’avvocato che lo gestisce, Riccardo Imperiali di Francavilla, sostiene che San Gennaro è “un potentissimo strumento di comunicazione che il cardinale intende usare“.

A onor di cronaca occorre riportare anche il punto di vista della Curia: il vero problema di questa “guerriglia” sarebbero i nobili, o meglio le questioni tra loro e il Viminale. Un tentativo già attuato di riformare lo Statuto della Deputazione prevedeva, infatti, ancora norme sulla nobiltà: questo avrebbe scatenato il disappunto del Viminale che ha lanciato il suo “ultimatum”.

La questione, inoltre, ha generato un pesante equivoco: in molti, compreso le vecchiette “parenti di faccia ‘ngialluta”, hanno creduto che qualcuno volesse portare San Gennaro via da Napoli e hanno chiesto spiegazioni all’abate Vincenzo De Gregorio, il custode delle chiavi della cassaforte con le ampullae sanguinis.

Si è schierato ovviamente a favore della protesta Luigi De Magistris, presidente della Deputazione in quanto sindaco della città di Napoli: “Roma stia lontana! Non si può scippare alla città un pezzo di storia e di identità“. In effetti non si comprende perchè modificare qualcosa che finora ha funzionato: tutto può essere migliorato, ma San Gennaro non può divenire uno “strumento di prova muscolare” specie in un periodo in cui andrebbero affrontati ben altri problemi.

di Francesco Servino