Roberto Mancini, morto il poliziotto della Terra dei Fuochi

Non ce l’ha fatta a vincere la lotta contro il tumore il vicecommissario di polizia Roberto Mancini. Un male che aveva contratto nel corso delle indagini sui rifiuti tossici e radioattivi. Si è spento questa mattina, alle ore 5,30, nell’ospedale di Perugia dove era ricoverato in una struttura complessa di ematologia. Il decesso è collegato a un’infezione polmonare. A nulla sono valse le nuove operazioni, tra cui il trapianto di midollo osseo, e le nuove terapie.

Mancini aveva ricostruito nei dettagli il percorso dei veleni che dai colossi industriali del Nord giungeva alle cave di proprietà dei casalesi. Tutto questo a partire dagli anni ’90, quando consegnò un’informativa di duecentocinquanta pagine, firmata assieme all’allora capo della Criminalpol romana Nicola Cavaliere, alla Procura di Napoli in cui rendeva noto ciò che aveva visto e soprattutto respirato tra le province di Napoli e Caserta nel corso di sopralluoghi avvenuti nei siti di stoccaggio e nelle discariche di materiali anche radioattivi.

Un’informativa, datata 12 Dicembre 1996, a cui per troppo tempo non è stato dato un seguito giudiziario: solo nel 2010 la Dda di Napoli ha ripreso le indagini che hanno condotto il clan dei casalesi e l’avvocato Cipriano Chianese al processo per disastro ambientale. Chianese, in particolare, si è rivelato essere il personaggio di punta nonchè la vera mente affaristica-criminale dei traffici illeciti di rifiuti tra Nord e Sud. E’ grazie a Macini che gran parte delle verità circa lo sversamento di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici nella Terra dei Fuochi sono venute a galla: fu il primo, infatti, a denunciare il meccanismo che legava i clan ai “colletti bianchi”.

Un ottimo investigatore, insomma, che si avvaleva dei metodi “tradizionali” e che pure senza l’aiuto dei collaboratori di giustizia riusciva a condurre in porto operazioni importanti: fu sempre lui ad arrestare, il 6 Novembre 1991, in un ristorante romano di Cinecittà, il latitante di camorra Ciro Mariano, capoclan dei “Picuozzi” dei Quartieri Spagnoli che impartiva ordini da Roma  ai suoi fedelissimi.

E’ nel 1994 che Roberto, partendo dalla costituzione di una banca a Cassino nella quale dovevano confluire i capitali dei clan, viene a conoscenza dell’avvocato Cipriano Chianese, intermediario nel traffico illegale di rifiuti. Mancini gli sta addosso, annota tutti i contatti tra Chianese e i gruppi imprenditoriali attivi nel Nord. Intuisce che “è nei circoli massonici e nei salotti borghesi che gli imprenditori disonesti incontravano i clan ed era in quelle sedi che gli accordi criminali venivano stipulati“.

Mancini viene in contatto pure con Carmine Schiavone che lo conduce, in un viaggio in elicottero, alla scoperta di quei luoghi dove sarebbero stati interrati i rifiuti tossici. “O ‘ttossico”, “‘a robba tossica” come viene definita dal collaboratore di giustizia di Casal Di Principe.

Poi la malattia, il linfoma non-Hodgkin, un tumore del sangue: nel 1997 Mancini entra a far parte del pool di consulenti della “commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse” presieduta dall’allora deputato dei Verdi Massimo Scalia (che opererà fino ai primi degli anni 2000). Entra nelle discariche abusive, scende nelle miniere tedesche dove sono stoccati i bidoni tossici (migliaia) e visita i luoghi indicati da Carmine Schiavone. Quel lavoro della commissione si rivela fondamentale per ricostruire la mappa delle holding dei rifiuti, gli intrecci societari, gli accordi di cartello.

La malattia di Roberto aveva un’origine certa, quindi, la contaminazione con sostanze pericolose e radioattive, come come stabilito da una commissione medica. Ma Roberto non ha avuto giustizia da quello stesso Stato che onestamente ha servito nella lotta contro le ecomafie: a Maggio 2012 il Ministro dell’Interno Cancellieri ha riconosciuto per il suo servizio un indennizzo – ridicolo – di 5000 euro. E pure la Camera dei Deputati gli ha negato un riconoscimento economico, richiesto per il lavoro svolto per quattro anni come consulente della commissione Scalia.

Proprio ieri pomeriggio doveva essere discusso l’indennizzo da parte dell’Ufficio di Presidenza della Camera: lo scorso 7 Aprile una delegazione di Change.org, la piattaforma di petizione online, guidata dalla moglie di Roberto, Monika Dobrowolska, si era recata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini per consegnare una petizione con le firme di 50mila cittadini indignati per il trattamento ricevuto dal vicecommissario.

Se ne va all’età di 53 anni, Roberto, dopo aver lottato 12 anni contro il suo male, lasciando una moglie e una figlia. I funerali si terranno Sabato 3 Maggio, alle ore 11,30, nella basilica di San Lorenzo a Roma, vicino al commissariato dove lavorava. Il suo ricordo deve restare vivo, come si augura pure la moglie di Roberto, e fungere “da esempio per tutti coloro che non vogliono arrendersi a chi vuole avvelenare le nostre terre, le nostre vite”. E costituire un precedente nell’attestazione del nesso tra malattie mortali e inquinamento ambientale che, anche in un caso emblematico come quello di Mancini, è stato sì riconosciuto come causa di servizio ma mai pienamente collegato ai fattori di esposizione inquinanti.

Roberto è l’ultimo di altri morti collegati alla lotta ambientale e che vale la pena ricordare: Michele Liguori, il vigile urbano di Acerra divenuto simbolo della lotta allo sversamento dei rifiuti, affetto da due tumori che diagnosticatigli a Maggio 1993 e che l’hanno portato alla morte il 19 Gennaio di quest’anno; Don Cesare Boschin, ucciso il 29 Marzo 1995 a Borgo Mantello, in provincia di Latina, per le sue denunce alla camorra che estendeva i suoi tentacoli nel Lazio.

Di certo, come lo stesso Mancini temeva, partirà il solito carrozzone “politico-burocratico narciso e cinico che sembra muoversi solo quando s’apparecchia il set con le telecamere”: sulle sorti del vicecommissario saranno in tanti a voler speculare e a fare a gara per richiedere i funerali di Stato. Ma Roberto era uno di quei poliziotti che non amavano la platealità e le conferenze stampa: era uno che adempiva al suo dovere e che credeva nello Stato, nelle sue istituzioni. Dalle quali, però, avrebbe meritato maggiore considerazione quando era in vita.

di Francesco Servino