Primo Maggio, è ancora festa del lavoro?

L’art. 1 della Costituzione Italiana recita testualmente: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

L’art. 36 della stessa Carta Costituzionale, al comma 1, statuisce altresì: “Il lavoratore ha diritto ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Leggendo e analizzando questi due importantissimi disposti normativi, sorge spontanea una domanda: nel 2014, nel nostro Paese, possiamo affermare con assoluta certezza che questi diritti inalienabili della persona siano tutelati e siano conferiti a tutti i cittadini? La risposta è purtroppo NO.

Oggi, in tutto il Mondo, si sta festeggiando la tradizionale festa dei lavoratori, divenuta in questi ultimi anni una ricorrenza quasi anacronistica, desueta, fuori dal tempo. Infatti, soffermandosi soltanto sulla Campania, i dati della disoccupazione, in particolare quella giovanile, sono allarmanti. Sono cifre che fanno letteralmente rabbrividire: 18% di disoccupati, 58% di giovani senza prospettive e speranze, oltre 600 mila imprese edili e piu’ di 100 fabbriche chiuse sotto la morsa della crisi.

Tra le tante testimonianze riscontrate, una merita di essere messa in evidenza ed è quella di un padre di famiglia irpino, ex operaio,  il quale ha cosi analizzato la sua drammatica situazione, con queste parole che rappresentano un monito per tutte le coscienze, in particolare di coloro che sono chiamati a governarci.

“Cosa devo festeggiare? Nulla. Mia moglie non lavora. Io sono in mobilità con un mutuo sulle spalle da pagare. Ho due figli. Come faccio ad andare avanti? Sin da piccolo, mio padre mi ha trasmesso l’amore per l’azienda presso la quale lavorava. Da parte mia, con entusiasmo, ho deciso di seguire questa strada. Con il trascorrere degli anni, ho sentito la fabbrica come una mia proprietà. Purtroppo, attualmente, sotto la spirale di questa terribile crisi, non offre più garanzie lavorative. Oggi mi ritrovo con un mutuo sulle spalle, con la preoccupazione quotidiana di non riuscire a sfamare i miei figli. Questo è il mio dramma. Non penso a me, ma a loro. Non riesco più a dormire la notte. Nonostante questa difficile situazione, mi auguro che possa esserci una speranza per tanti come me che non hanno più un lavoro. Mi sento privato della mia dignità di uomo e di padre”.

Aggiungere qualsiasi commento a queste affermazioni drammatiche è assolutamente superfluo. Preso atto della condizione drammatica in cui ci troviamo, occorre domandarsi: chi sono i responsabili di queste vicende, che coinvolgono purtroppo tantissime famiglie?

La responsabilità è innanzitutto di un sistema corrotto e clientelare che, nel corso degli anni, è stato caratterizzato da pratiche illegali e disoneste, le quali hanno completamente rimosso i valori della legalità e del rispetto per ciascun essere umano. La sete di potere e di denaro, unita ad un esasperato individualismo ed egoismo, ha contribuito a creare lobby formate da soggetti senza scrupoli, che manovrano le vicende di questo nefasto periodo storico, allargando sempre di più la spirale delle famiglie povere. Ormai il ceto medio è completamente scomparso e bisogna purtroppo prendere atto che ci sono moltissimi padri di famiglia, come quello citato in precedenza, i quali non riescono più a garantire ai loro nuclei familiari un’esistenza libera e dignitosa, che dovrebbe presupporre non soltanto l’alimentazione, ma anche la tutela della propria salute, oltre che tutti gli altri diritti inviolabili ed inalienabili statuiti nella nostra Costituzione.

Una tale società, che calpesta questi diritti e priva le nuove generazioni di guardare con fiducia e speranza al futuro, non può assolutamente definirsi civile. Cosa occorre fare? Innanzitutto, bisogna aiutarsi vicendevolmente, accrescendo lo spirito solidaristico, completamente eliminato da un esasperato individualismo. E’ necessario comprendere che, se il mio prossimo versa in condizioni drammatiche, prima o poi vivrò anche io quella stessa situazione. Tuttavia, è compito principalmente dei governanti capire che bisogna pensare seriamente alle famiglie più disagiate della nostra società. Se si uccide la famiglia, si uccide il futuro, come sta ripetutamente affermando Papa Francesco. Ci auguriamo che ci sia, come ha terminato nel suo accorato discorso il padre di famiglia irpino, una linfa di speranza per tutti noi, per creare un consorzio sociale meno ricco, ma più giusto ed equo. Non ci resta altro che congiungere le mani e rivolgerci al buon Dio, sperando che questo periodo storico negativo stia giungendo al suo tramonto.

di Gianluca Martone