Pompei e l’Europa, in mostra i calchi restaurati

I calchi di 86 vittime dell’eruzione del 79 d.C. sono giunti alle fasi finali di restauro: saranno esposti in parte a Pompei e in parte al Museo Archeologico Nazionale di Napoli a partire da Martedì 26 Maggio 2015 nell’ambito della mostra “Pompei e l’Europa, 1748-1943“. La mostra sarà allestita, a Pompei, in una piramide alta 12 metri in metallo e legno realizzata dall’architetto avellinese Francesco Venezia, all’interno dell’Anfiteatro: lungo un tracciato anulare, all’interno della particolare struttura, sarà possibile vedere calchi mai esposti prima, ma anche fotografie, in parte scomposte in frammenti poi ricomposti in pastiches, esposte sulle pareti illuminate. La mostra è curata da Massimo Osanna, Adele Lagi, Ernesto De Carolis e Grete Stefani.

Il 1748 è l’anno in cui, per volere di Carlo III di Borbone, vennero effettuati i primi scavi nell’area archeologica pompeiana con dei sondaggi ad opera dell’ingegnere Roque Joaquin de Alcubierre che intendeva riportare alla luce l’antica Stabiae sepolta: nel 1763, grazie al rinvenimento di un’epigrafe, si intuì invece che si trattava dell’antica città di Pompei.

Con Maria Carolina, moglie di Re Ferdinando IV, e l’ingegnere Francesco La Vega, molti celebri monumenti di Pompei furono riportati completamente alla luce, e così la città divenne, in epoca murattiana, tappa obbligata del cosiddetto “Grand Tour“, un lungo viaggio effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea destinato a consolidare il loro sapere: meta finale era il più delle volte l’Italia con il suo ineguagliabile patrimonio artistico (un esempio celebre di Grand Tour è il “Viaggio in Italia” di Johann Wolfgang von Goethe, ma anche il “The Voyage of Italy”, del 1670, di Richard Lassels, in cui viene utilizzata per la prima volta tale espressione).

Pompei nel 1787 veniva descritta come una sorpresa per qualunque visitatore, con le sue strade strette, le casette senza finestre (tutte con all’interno elegantissime pitture dai vivaci colori), i pubblici edifici, il tempio e le ville “più simili a modellini e a case di bambole che a vere case”. Il senso di desolazione che trasmetteva una città sepolta dapprima da una pioggia di lapilli e di cenere, poi saccheggiata dagli scavatori, ma anche il gusto artistico e la gioia di vivere di un popolo lontano pareva, già nel ‘700, un qualcosa a cui non si era più abituati e di cui non si aveva idea, sentimento, bisogno. Su Pompei vale la pena riportare un pensiero di Goethe: “Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità“.

Percorrendo le varie tappe si arriva al XX secolo: gli archeologi Vito Spinazzola e Amedeo Maiuri completarono la maggior parte degli scavi nei pressi di Porta Ercolano, della zona meridionale della città e di Villa dei Misteri. Oggi una parte della città sarebbe ancora da scavare, così come da scavare sono tutte le zone periferiche, ma è dagli anni ’60 che tutti i tipi di interventi a Pompei sono esclusivamente di restauro e conservativi.

I calchi sono frutto di una tecnica ideata nel 1863 dall’archeologo Giuseppe Fiorelli che pensò bene di colare del gesso nei “vuoti” lasciati dai corpi umani decomposti tra i lapilli: questa geniale intuizione ha permesso la ricostruzione delle pose drammatiche degli abitanti di Pompei morti a causa dell’eruzione del 79 d.C.. Si tratta, probabilmente, dell’intervento conservativo più importante per quanto riguarda i resti pompeiani, tant’è che la tomografia computerizzata potrebbe restituire dati importantissimi sulle caratteristiche degli antichi abitanti: i calchi, infatti, conservano all’interno tutta la struttura ossea dei defunti, come evidenziato dalle indagini ai raggi X che hanno confermato che le vittime dell’eruzione morirono all’istante a causa di una nube ardente di 300 gradi che bruciò la superficie dei loro corpi lasciando intatti gli organi interni.

Una curiosità emersa dal restauro è quella relativa alla qualità dei materiali utilizzati per i calchi: Fiorelli utilizzò infatti del gesso ricavato da alabastro cotto in forno e colato misto ad un collante mentre per i calchi fatti negli anni ’70 del novecento è stato utilizzato un gesso a base di calce industriale prodotto per l’edilizia di pessima qualità, con conseguenti problemi di cattiva conservazione. La difficoltà maggiore del restauro è stata quella di tenere insieme due componenti diverse come il gesso e le ossa.

Degli 86 calchi restaurati soltanto 20 saranno esposti a Pompei, nello spazio a forma di piramide. Sarà possibile ammirare la ricomposizione di un intero gruppo familiare ritrovato nella casa del “bracciale d’oro“, ovvero una mamma con il bambino in piedi sul grembo, un altro bimbo di circa due anni e un adulto colpito da una trave. Resti che non sono statue di gesso o bronzi, ma persone vere che vanno trattate con rispetto al fine di comprendere la drammaticità di una vicenda che ha decretato la fine di un grande popolo, ovvero il più grave disastro naturale che abbia colpito una popolazione antica.

di Francesco Servino