Sulle tracce dei Veseris: Ottaviano nel Bronzo Antico

Il territorio vesuviano è ricco di preziose testimonianze che spaziano dal bronzo antico all’età imperiale: Pompei è il sito più conosciuto, ben conservato dai prodotti dell’eruzione del 79 d.C.. Eruzione “pliniana”, dall’immane potenza: per fare un esempio, ciascuna delle eruzioni più violente avvenute dopo di essa, dette subpliniane, fu veemente solo la metà.

Ma un altro evento catastrofico avvenuto più di 3000 anni fa ebbe analoghe conseguenze: l’eruzione delle “Pomici di Avellino“, detta così per la direzione prevalente di caduta di lapilli che avvenne, appunto, verso il capoluogo campano, che distrusse numerosi insediamenti dell’età del bronzo appartenenti alla cultura appenninica.

Ceneri e lapilli piovvero a Nola, Avellino e Benevento. I flussi piroclastici inghiottirono le zone a ridosso del Vesuvio: a causa delle forti esplosioni, nubi di vapore e particelle di magma si propagarono per circa 25 chilometri lasciando depositi tra Napoli, Marigliano e Casoria. La fase più violenta dell’eruzione durò 12 ore e ricoprì le pianure attorno al Vesuvio e i rilievi montuosi dell’Irpinia distruggendo ogni insediamento umano.

Si parla non a caso di “Pompei della preistoria“: gli scheletri dei fuggiaschi documentano tutta la drammaticità del fenomeno, le mani sul viso a protezione dai proietti vulcanici che cadevano dal cielo a una velocità di 170Km/h. Le pomici e i lapilli hanno ricoperto i corpi di questi sfortunati.

Il periodo del Bronzo è detto così perché si riferisce a quella parte della protostoria (secondo periodo della preistoria) caratterizzata dall’utilizzo sistematico ed esteso della metallurgia del bronzo (precedente è l’età della pietra, successiva l’età del ferro). Si è soliti dividere questo periodo (che in Italia va dal 2300 a.C. al 1000 a.C.) in quattro ere: antica, media, recente e finale. L’età del bronzo antico in Campania, detta anche della “facies culturale di Palma Campania“, è quella che va dal 2300 a.C. al 1700 a.C. ed è quella a cui ha posto fine l’eruzione delle Pomici di Avellino.

L’istituzione della Soprintendenza Archeologica di Pompei ha rappresentato una felice congiuntura per la tutela dei siti archeologici dotati di scarsa visibilità ma non per questo meno importanti, come ha dimostrato l’eccezionale scoperta del villaggio fluviale protostorico di Longola a Poggiomarino, la cui antropizzazione risale a una fase avanzata del Bronzo Medio (XV a.C.), scoperta importantissima perché ha gettato luce sulle dinamiche insediative e sui sistemi di bonifica adottati dalla comunità locale, la popolazione dei “Sarrasti” descritta da Servio Mario Onorato nei Commentarii in Vergilii Aeneidos Libros. Se oggi le cosiddette “zone periferiche” a cui afferiscono comuni come Terzigno, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, San Gennaro Vesuviano, Poggiomarino e Striano godono di un rinnovato interesse lo si deve in particolare al lavoro appassionato degli archeologi dott.ssa Caterina Cicirelli, dott. Ferdinando De Simone e dott. Nicola Castaldo.

Ma c’è un’altra civiltà di cui si erano perse le tracce, tracce che lentamente stanno riaffiorando: i “Veseri”, o “Veseris“, popolazione dell’età del Bronzo stanziatasi alle pendici del Vesuvio. Se già appariva sorprendente la scoperta del villaggio di Longola, ancora di più potrebbe sorprendere la scoperta di questi antichi abitanti del Vesuvio che studi recenti farebbero supporre fossero presenti in particolare nell’attuale territorio di Ottaviano.

Di Ottaviano è più nota la storia di epoca romana: ricadeva in quello che fu l’ager Nolanus, di cui costituiva la periferia sud-orientale, confinante a sud con l’ager Pompeianus e in direzione sud-est con l’agro nocerino. Il suo nome è dovuto alla presenza nel suo vasto territorio, che ancora oggi comprende nella sua circoscrizione comunale la maggior parte del Vesuvio fino alla cima, con l’esclusione del cratere, di un cosiddetto praedium (un fondo o un podere) della gens Octavia, la famiglia di Ottaviano Augusto che, come altre famiglie nobili romane, vi si stabilì quando Lucio Cornelio Silla fondò una colonia romana a Nola dopo il 90 a.C.. Ottaviano deve quindi il nome all’imperatore Augusto che ivi si recava a villeggiare in autunno nel praedium paterno, come raccontato da Tacito nel I libro degli Annales, e da qui il nome di “Octavianorum”, poi mutato in “Ottajano” e infine in “Ottaviano”.

Ma l’antropizzazione di Ottaviano, come già accennato, risale all’età del Bronzo e dunque ad un’epoca preromana con i Veseri: con tale nome si identifica un fiume, citato dallo storico Valerio Massimo, il cui antico corso fu seppellito da un’eruzione. Le popolazioni antiche si stabilivano lì dove la terra era fertile, il mare vicino, il clima mite e in prossimità di corsi d’acqua: l’abbondanza di sorgenti e di un fiume (il Veseri) potrebbe sopravvivere ancora oggi nel toponimo “Fontana” con cui è contrassegnata tutta la zona ad ovest in località Castelvetere, ancora oggi caratterizzata dalla presenza di acque sotterranee. Il Veseri viene citato anche da Livio e Cicerone quando parlano dell’omonima battaglia avvenuta nei suoi pressi, nel territorio di Ottaviano, in epoca preromana (340 a.C.) tra i Romani e i Latini.

I dati acquisiti dagli archeologi hanno arricchito il pregresso quadro di conoscenze per l’ampio periodo compreso tra l’età del Bronzo antico e l’età romana fino ai suoi esiti tardo-antichi. Detti fattori costituirono un ecosistema particolarmente favorevole all’antropizzazione fin da epoca protostorica a giudicare dal rinvenimento in una cava in località Zabatta, a quota 150m sul livello del mare, sotto i prodotti dell’eruzione delle Pomici di Avellino, di un’olla biconica con larga ansa ad ascia impostata sulla carena riconducibile al repertorio vascolare tipico della già citata facies di Palma Campania. Tale elemento costituisce una prova dell’esistenza a Ottaviano di un sito di pendio dell’età del Bronzo Antico.

Non si tratta dell’unico reperto rinvenuto: di notevole importanza sono quelli riaffiorati all’interno di una cava in località Zennillo-San Severino, tra cui una scodella troncoconica, altra testimonianza di insediamenti protostorici di pendio ed elemento valido di prova che dovrebbe spingere ad ulteriori e approfondite indagini per ricostruire la storia di questa antica popolazione scomparsa ma che piano piano, principalmente con rinvenimenti fortuiti, sta restituendo le proprie tracce.

Elementi importanti di conoscenza per quanto riguarda il Bronzo Antico provengono dall’agro nolano (Palma Campania, San Paolo Belsito e altri siti di più recente scoperta), da quello casertano (Gricignano), dal suburbio nord-occidentale di Pompei (Boscoreale, Boscotrecase). A questa fase e a quelle immediatamente successive è riconducibile con ampia distribuzione territoriale una serie di tracce ben caratterizzate per la ricostruzione dell’agricoltura protostorica quali solchi di arature, arature incrociate, canalette d’irrigazione o divisorie, orme umane e di animali, solchi di carriaggi.

I lavori per la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità a monte del Vesuvio e della rampa di svincolo per Ottaviano relativa alla bretella di collegamento della A30 con la SS 268 del Vesuvio hanno invece offerto la possibilità di condurre scavi archeologici sistematici sulla base dei dati forniti dai carotaggi geoarcheologici prescritti in via preliminare. Le indagini condotte in località Raggi, nelle immediate adiacenze dell’area interessata dal raddoppio della SS 268, hanno permesso una ricostruzione stratigrafica puntuale delle sequenze eruttive del Somma-Vesuvio. La stratigrafia esposta ha permesso di individuare una sequenza ordinata di livelli eruttivi riferibili a diversi momenti dell’attività vulcanica del Vesuvio, intercalati da cinque paleosuoli (suoli che manifestano caratteristiche inconciliabili con le condizioni ambientali attuali) con evidenza di utilizzo a fini agricoli dell’area.

Sono stati individuati quindi i livelli piroclastici riconducibili alle eruzioni protostoriche depositatesi al di sopra dello strato eruttivo delle pomici di Avellino che sigillano un paleosuolo caratterizzato da un terreno a matrice cineritica a granulometria fine, fortemente umidificato, di colore bruno-nerastro, con tracce di lavorazione del suolo consistenti in tagli di forma irregolare, generalmente poco profondi, con un prevalente orientamento est-ovest, probabilmente interpretabili come residui di solchi di aratura, attestati per la stessa facies di Palma Campania.

Nel medesimo livello risulta inoltre ricavato un taglio rettilineo, a pareti oblique, con orientamento est-ovest, indagato solo parzialmente in quanto rinvenuto al limite meridionale dell’area di scavo, pertinente verosimilmente a una canaletta. Da questa prima fase di indagine sistematica è emersa un’evidente continuità funzionale nell’utilizzo del territorio sfruttato a fini agricoli fin da epoca protostorica.

Ulteriori saggi indirizzati all’acquisizione di ulteriori elementi di conoscenza sulle modalità di frequentazione del territorio e sulle interferenze dei prodotti piroclastici vesuviani con le varie fasi di antropizzazione in un arco di tempo compreso tra la fase finale del Bronzo Antico, sigillata dall’eruzione delle pomici, e l’occupazione tardo romana, sigillata dall’eruzione di Pollena del 472 d.C., hanno portato ad importanti scoperte.

Al di sotto del livello basale pertinente le eruzioni delle pomici di Avellino è stata messa in luce la superficie del paleosuolo su cui sono state individuate due canalette parallele con orientamento nord-est/sud-ovest e tracce di arature/zappettature con andamento parallelo a quello delle canalette. L’assenza di livelli di limi e lo stato di conservazione stesso delle canalette ha indotto ad ipotizzare che esse fossero state realizzate non molto tempo prima dell’evento eruttivo che le aveva obliterate e che quindi fossero state utilizzate per un brevissimo periodo.

Nella parte centrale e centro occidentale dell’area di indagine sono state individuate le impronte abbastanza marcate pertinenti ad almeno cinque individui adulti che si muovevano (probabilmente camminando) verso nord-nord-est. L’andatura di tali individui tendeva a rispettare, camminandoci accanto o saltandole, le canalette stesse. L’eruzione ha sigillato un suolo piuttosto morbido su cui erano state effettuate le operazioni preliminari alla semina vera e propria (la realizzazione di canalette di irrigazione e la zappettatura del terreno). Tali evidenze sono inquadrabili crono-stratigraficamente in un momento avanzato del Bronzo antico. Inoltre sono state rinvenute tracce di impronte di animali, probabilmente pertinenti ad ovicaprini o forse a piccoli cinghiali, messi in fuga dall’evento vulcanico e diretti verso Nord. Al di sotto di tale paleosuolo ne è stato individuato un altro sulla cui superficie non sono evidenti tracce di antropizzazione.

I risultati della ricerca archeologica svolta finora nell’ambito territoriale del Comune di Ottaviano mostrano che questo comprensorio fu intensamente frequentato anche nell’età del Bronzo. Non solo, dunque, i ritrovamenti di ville rustiche e di soggiorno romane disseminate prevalentemente nella fascia montana e pedemontana, ma eccezionali testimonianze della vocazione agricola di questo comprensorio, che si è conservata tutt’oggi, sono documentate fin dall’età del Bronzo.

Di grande interesse per la conoscenza delle modalità di utilizzo del suolo nella fase finale del Bronzo antico e in quelle immediatamente successive, di cui per la prima volta sono stati riconosciuti campi coltivati ricoperti dai prodotti delle eruzioni, è stata l’individuazione di una serie di tracce ben caratterizzate per la ricostruzione dell’agricoltura protostorica, quali solchi di arature, arature incrociate, canalette d’irrigazione o divisorie, orme umane e di animali, solchi di carriaggi.

In conclusione, le recenti indagini hanno ampiamente allargato il pregresso quadro di conoscenze sulle modalità di frequentazione del territorio e sulle interferenze dei prodotti piroclastici vesuviani con le varie fasi di antropizzazione per l’ampio periodo compreso tra l’età del Bronzo antico, sigillato dall’eruzione delle pomici di Avelino, e l’occupazione tardo-romana sigillata dall’eruzione di Pollena che seppellì sotto una spessa coltre di pomici, ceneri e depositi alluvionali tutta la piana a nord-est del Vesuvio rendendola inutilizzabile per molto tempo.

E’ importantissimo proseguire in questo percorso che porta alla riscoperta delle origini del popolo vesuviano, origini che sono molto più antiche di quanto si è abituati a credere, con evidenze culturali marcate che affondano le radici nei millenni, in un periodo della storia solitamente distante dal nostro immaginario. Una natura diversa, florida, incontaminata, l’abbondanza di sorgenti e di animali ha fatto sì che in un remoto passato i Veseris si insidiassero alle falde del Vesuvio, ignari come i pompeiani della triste sorte che li attendeva, condividendone lo stesso destino di morte che ha fatto anche sì che i loro resti, le tracce della loro presenza sulla terra, fossero consegnati ai posteri dandoci, oggi, la possibilità di riscrivere la storia.

di Francesco Servino

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