Le presenze archeologiche a San Gennaro Vesuviano

Il Comune di San Gennaro Vesuviano è ubicato nel cosiddetto Planum Palmae, una strozzatura del territorio delimitata dal Vesuvio ad ovest e dal Monte Sant’Angelo ad est, che costituisce l’anello di collegamento tra l’agro nocerino-sarnese e l’agro nolano. La nascita del comune, denominato San Gennaro di Palma, risale al 1841. Nel 1930, su richiesta dell’amministrazione podestarile dell’epoca, il Comune assunse l’attuale denominazione.

L’attribuzione all’ager Nolanus è confermata dal rinvenimento occasionale di un’epigrafe funeraria avvenuto nel 1966 in località Magliacani durante i lavori di scavo per la realizzazione della vasca Ciccarelli, dove pare fosse stato intercettato anche il monumento sepolcrale e recuperato il cippo di delimitazione dell’area ad esso assegnata. Nella stessa area furono recuperate anche otto fistule di piombo.

La lastra iscritta (metà I secolo d.C.) in calcare compatto, fratta sul lato destro, mostra leggere abrasioni sulla superficie che si presenta ben levigata, il resto è sommariamente sbozzato. L’iscrizione, al di là del suo valore prosopografico, contiene un dato topografico interessate in quanto assicura l’apparteneza del territorio sangennarese all’ager Nolanus, menzionando più generazioni di membri della gens Neronia, censita nella tribù Falerna, nella quale fu iscritto da Roma il territorio di Nola.

Il suo rinvenimento e l’intercettazione del relativo monumento funerario a quella gens pertinente, probabilmente rimasto in situ, sono una spia importante della presenza di un tracciato viario di età romana che non può non essere messo in relazione alla via consolare Capua-Regium, comunemente detta Via Popilia, la quale collegava dal 132 a.C. la città di Capua con Reggio attraversando certamente l’antico territorio nolano e in particolare il planum verso sud-est, lungo un percorso documentato Suessula-Nola-Nuceria. Manca comunque un posizionamento topografico certo del monumento sepolcrale.

Allo stesso segmento di viabilità potrebbe riferirsi un frammento di cornice architettonica marmorea, riutilizzato nella tompagnatura dell’ingresso laterale di destra del pronao della chiesa di San Gennaro che prospetta su Piazza Margherita, dove fu rinvenuto durante i lavori di ripavimentazione e sistemazione della piazza e di ripristino dello stato originario della facciata della chiesa. Il blocca è decorato da mondanature su cui sono presenti abrasioni e scheggiature, particolarmente evidenti nei dentelli, l’orlo superiore è molto rovinato. La cornice, lavorata senza l’uso del trapano, era pertinente probabilmente ad un fronticino spezzato di cui si può ipotizzare la provenienza da un ulteriore monumento sepolcrale. Il pezzo, decontestualizzato, è databile ad età augustea sulla base dei soli dati stilistici e formali della sua decorazione.

Un’altra importante infrastruttura di età romana per la quale abbiamo elementi più certi di un’interferenza diretta con il territorio nolano è l’acquedotto augusteo che, sviluppandosi per oltre 100 Km, portava l’acqua dalle sorgenti Pelosi di Serino fino a Puteoli e Misenum.

Diversi elementi di carattere archeologico, relativi a persistenze di manufatti e rinvenimenti nel territorio che identificano una traiettoria alquanto rettilinea e con orientamento sud-est/nord-ovest concorrono a ipotizzare il percorso sangennarese del celebre monumento, in un tratto in cui sappiamo che il condotto era interamente sviluppato sottoterra. Tale allineamentoè suggerito dai resti antichiriferiti all’acquedotto, ancora realizzato su pontecnali, attestati in località Mura d’Arce presso Sarno e in località Torricelle presso Palma Campania, poi, nella soluzione ipogea, in località Ponte Tirone, sempre a Palma Campania, ai confini con il territorio di San Gennaro Vesuviano e, infine, in corrispondenza della già citata Piazza Margherita nel centro di San Gennaro Vesuviano, al di sotto del convento francescano annesso alla chiesa, al quale sito si riferisce la segnalazione della scoperta occasionale di un pozzo d’ispezione del condotto idrico sotterranero.

In posizione eccentrica rispetto a questo allineamento si collocherebbe invece un tratto di condotto in muratura scoperto negli anni ’30 del secolo scorso in località Rammafai, a poca distanza dalla vasca Ciccarelli, il quale con molta probabilità doveva essere parte della diramazione dell’acquedotto augusteo diretta a Nola. A tale infrastruttura idrica rimandano, d’altronde, anche le fistulae di piombo rinvenute in contrada Magliacani, nei pressi della suddetta vasca, che, data la loro funzione di distributore d’acqua potabile alle abitazioni, indiziano la presenza di una probabile villa.

Dall’acquedotto monumentale, infatti, si diramavano numerose condutture che portavano acqua potabile, oltre che alle città presenti nel comprensorio, alle numerose ville rustiche a carattere prevalentemente produttivo che si erano insediate sul territorio, come attestano le le strutture murarie pertinenti ad un’azienda olearia o vinaria venute alla luce nel 1911 durante lo scavo di un pozzo in contrada Miccarielli.

Certamente di maggiore affidabilità tra i rinvenimenti relativi all’acquedotto augusteo che riguardano il comprensorio di Palma è quello di Ponte Tirone, ai confini con San Gennaro Vesuviano, risalente al 1983 ed effettuato in occasione dei lavori di raddoppio della linea ferroviaria Cancello-Avellino, il quale ha attestato in quel punto l’esistenza di due condotti paralleli di cronologia differente ed ha consentito di relazione l’ingombro delle struttura ipogea con la sequenza stratigrafica della zona generata dalla successione delle eruzioni del Somma-Vesuvio.

Il riconoscimento delle sequenze eruttive correlate all’attività del Somma-Vesuvio, a partire dal deposito di pomici relativo alla cosiddetta eruzione delle Pomici di Avellino databile intorno alla fine del XX – inizi XIX secolo a.C., costituisce ormai, ad oggi, un’importante e consolidata frontiera metodologica per la ricerca archeologica nel settore nord-est del complesso vulcanico e in altri comparti della Campania antica.

Gli strati piroclastici di queste sequenze, riferibili ad eventi ingran parte databili con relativa precisione, e tra questi particolare evidenza contestuale assumo i depositi cosiddetti delle Pomidi di Avellino, quelli del 79 d.C. e poi del 472 d.C. (eruzione di Pollena), consentono infatti di riconoscere con evidenza e immediatezza la forma e la strutturazione dei sottostanti paleosuoli, ovvero quella particolare tipologia di suoli che manifestano caratteristiche diverse dalle condizioni ambientali attuali, che a loro volta testimoniano i modi dell’occupaione e dell’utilizzazione del territorio nelle varie epoche storiche e protostoriche, le quali sulla scorta dei dati finora acquisiti documentano, pur con le varie differenze e articolazioni, la presenza e ‘attività delle comunità antiche dal periodo del Bronzo antico all’età tardo-romana. Tali presenza e tali attività sono illustrate dalle ordinate regolamentazioni agrarie che attestano il proficuo e ininterrotto sfruttamento dei fertili suoli di origine vulcanica di questo settore della piana romana, anche oggi a vocazione prevalentemente agricola, e che sono espresse da solchi di arature, da canalizzazioni, pozzi di captazione, solchi di carriaggi ed elementi di viabilità a servizio dei campi.

Nuovi dati riguardanti il settore a sud-ovest del territorio nolano sono stati acquisiti nel 2001 a margine dei lavori per la realizzazione dell’allacciamento della A30 con la SS 268 che interessavano i territori di confine tra gli ambiti degli attuali comuni di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania e Ottaviano, i quali, come già esposto, hanno costituito l’occasione per la messa a punto di un porgramma di indagini archeologiche preliminari. La conseguente realizzazione un saggio archeologico ricadente nel territorio di San Gennaro Vesuviano ha evidenziato una stratigrafia caratterizzatada una sequenza ordinata di strati relativi ad eruzioni vesuviane intervallate da paleosuoli, di cui tre con maggiore evidenza di utilizzo e frequentazione, ossia quello sigillato dai depositi dell’eruzione di Pollena, dell’eruzione del 79 d.C. e dell’eruzioni delle Pomici di Avellino. Sulla base di elementi indizianti forniti da uno dei carotaggi effettuati, l’indagine in questo saggio si è protratta dino al livello di frequentazione del Bronzo Antico, sigillato dalle Pomici di Avellino.

Il paleosuolo tardo-romano, oltre al rinvenimento di sporadici frammenti di ceramica da cucina e laterizi, ha evidenziato la presenza limitata di essenze arboree. L’eruzione del 79 d.C. è attestata ad una quota di -3,25 mentri dal piano di campagna e documentata da un sottile strato di lapilli che non supera i 20 centimetri. Il paleosuolo sottostante ha evidenziato la presenza, al momento dell’eruzione, di un ordinato sfruttamento agricolo del suolo, che presenta la caratteristica disposizione di solchi e porche regolarari e paralleli, effetto dell’aratura, orientati in senso est-ovest, con ampiezza di 80-90 centimentri e un altezza di 8 centimentri circa. La superficie dei solchi presentava sporadici frammenti di ceramica da cucina.

Nel 2009 nell’ambio dei lavori previsti per la costruzione della strada a scorrimento veloce per il collegamento del Vallo di Lauro con l’austrada A30 Caserta-Salerno è statto eseguito un nuovo saggio nel territorio comunale di San Gennaro Vesuviano, ubicato immediatamente a ridosso del lato ovest di Via Piano del Principe, il cui tracciato epara i Comuni di San Gennaro Vesuviano e Palma Campania, nell’area prospiciente la discarica Pirucchi che fu sede di importanti e ripetuti rinvenimenti dagli anni ’70 agli anni ’90 del secolo scorso, che hanno consentito di individuare una nuova facies culturale del Bronzo Antico detta, appunto, di Palma Campania.

di Francesco Servino