La storia del Tesoro di Boscoreale

Il 9 Novembre 1876, il cavalier Luigi Modestino Pulzella rinvenì, durante lo scavo delle fondamenta di un muro di cinta nel proprio fondo in via Settetermini alla Pisanella, a Boscoreale, delle stanze che poi si riveleranno essere il quartiere rustico della villa di Cecilio Giocondo, altrimenti detta “Villa del Tesoro“.

Sfortunatamente, il cavaliere non potè continuare l’esplorazione della villa perchè essa si estendeva nella proprietà del suo vicino, l’avvocato Angelo Andrea (o Angelandrea) De Prisco, capostipite di una nota famiglia di Boscoreale.

Il 10 Settembre 1894, il figlio di Angelo Andrea, Vincenzo De Prisco, che aveva ereditato quel pezzo di terra dal padre, decise di effettuare per conto suo degli scavi che portarono alla luce il complesso di una grande casa di campagna con stanze di soggiorno, bagni, depositi per la fabbricazione e la conservazione del vino e dell’olio e un locale per la spremitura dell’uva. Un edificio rimasto inalterato nel tempo per quasi due millenni: tutto era al suo posto, suppellettili, mobili e vasche da bagno in bronzo con protomi leonine.

Nel cortile dei torchi vennero alla luce tre scheletri umani, fra cui quello di una donna, probabilmente la padrona di casa, che portava splendidi orecchini in oro e topazi. Nella cucina è stato invece rinvenuto lo scheletro di un cane morto, attaccato alla catena, il cui calco è custodito nel vicino museo Antiquarium. Tutto in quella casa, la disposizione degli oggetti e la posizione dei morti, permetteva di ricostruire esattamente le ultime ore che vi erano state vissute. Ma la scoperta più sensazionale ebbe luogo a Pasqua, il 13 Aprile del 1895.

Come raccontato dall’ufficiale austriaco e storico Egon Caesar Conte Conti nel volume “Untergang und Auferstehung von Pompeji und Herculaneum” (“Caduta e Resurrezione di Pompei e Ercolano”), “alla vigilia del giorno festivo, gli operai già avevano lasciato i lavori, e sul posto erano rimasti solo alcuni uomini per ultimare lo sgombero di due cunicoli che immettevano nella cella vinaria, quando uno di essi, un certo Michele, spintosi in fondo allo stretto corridoio, ritornò dicendo che il locale era saturo di esalazioni velenose e non si poteva respirare. Naturalmente nessuno ebbe voglia di esporsi a quel pericolo e il sorvegliante diede senz’altro ordine di sospendere per il momento il lavoro. Tutti se ne andarono, ma Michele, appartandosi dagli altri, corse invece dal proprietario del fondo. “Signore” – gli disse – “il cellaio del vino è completamente vuoto, ma sul pavimento ho visto un morto in mezzo a dei meravigliosi vasi d’argento, bracciali, orecchini, anelli, una doppia catena d’oro e un sacco zeppo di monete pure d’oro“. Il padrone gli ordinò di non aprir bocca e lo persuase a rimanere con lui quella notte. Appena cadute le tenebre, i due, muniti di lanterne e di ceste, scesero nel sotterraneo e rimasero col fiato mozzo dinanzi a una vera profusione di oggetti preziosi, sparpagliati intorno ad uno scheletro disteso per terra, sulla faccia e sulle mani. Oltre a moltissimi vasi d’argento splendidamente lavorati, c’era un sacco di cuoio dall’iscrizione ancora visibile, il quale conteneva la bellezza di mille nummi d’oro che recavano l’effige di tutti gli imperatori susseguitisi da Augusto a Domiziano, fino al 76 d.C. Alcuni erano del tempo di Galba, Otone e Vitellio, quindi rarissimi, perché questi tre monarchi non avevano regnato che pochi mesi ciascuno. I pezzi dell’epoca augustea e tiberiana erano più consumati, ma quelli dell’epoca neroniana, 575 in tutto, erano praticamente nuovi, fiori di conio. Gli oggetti d’oro erano naturalmente inalterati, mentre i vasi d’argento si erano ricoperti di una spessa patina scura. I due fortunati inzepparono le ceste e si affrettarono a trasportare il tesoro in un nascondiglio sicuro, ripromettendosi di venderlo a un prezzo vantaggioso all’estero, in barba alle leggi italiane che vietavano l’esportazione di oggetti antichi. Michele fu ricompensato a dovere e, dopo qualche tempo, ricevette una seconda vistosa gratificazione, come premio al suo silenzio. Ne fu così contento, che andò all’osteria e si ubriacò. Ahimè!, nei fumi del vino la lingua gli si sciolse ed egli raccontò per filo e per segno la bravata della scoperta“.

La notizia del ritrovamento in breve tempo si sparse e le autorità aprirono un’inchiesta. Ci fu pure un’interpellanza parlamentare ma il tesoro aveva già oltrepassato i confini, trasportato oltralpe da due antiquari napoletani (i fratelli Canessa): 117 pezzi di argenteria e il sacco con le preziose monete non erano più in Italia. Nessun personaggio – a partire dagli operai incaricati dello scavo, fino al Ministro dell’Istruzione e al procuratore generale della Corte d’Appello – fu in grado o volle produrre prove concrete contro il proprietario del fondo in cui era stata fatta la scoperta: Vincenzo De Prisco.

Dapprima i pezzi furono offerti al museo del Louvre per la somma complessiva di mezzo milione di franchi, poi, avendo il museo fatto una controfferta di 250mila franchi, pagabili in cinque rate annue, le trattative furono interrotte e gli oggetti furono acquistati dal barone Edmond James de Rothschild, membro francese di una delle ancora oggi più potenti dinastie europee, che tenne per sè alcuni pezzi tranne 109 di argenteria e la totalità delle monete donati al celebre museo di Parigi.

Fra l’argenteria ritrovata a Boscoreale di particolare interesse sono due coppe, dette “degli scheletri” per le raffigurazioni che riportano: si tratta di “modiolus” ad una ansa, in argento parzialmente ricoperto d’oro e del peso di quasi 500 grammi l’una, fabbricate al tempo di Alessandro Magno e che richiamano al senso effimero della vita che va vissuta godendo. Le scritte, in greco, accompagnano diverse scene che ritraggono il poeta tragico Sofocle, il poeta e filosofo platonico Mosco e l’epicureo Zenone; su una delle coppe sono presenti gli scheletri di Euripide, di Menandro e del poeta cinico Monimo. Le incisioni riportano: “Godi finché sei in vita, il domani è incerto”; “La vita è un teatro”; “Goditela finché sei vivo”; “Il piacere è il bene supremo”. Espressioni che rimandano alla concezione epicurea evidentemente diffusa all’epoca: “Godi finché vivi, poiché il domani è incerto. La vita è una commedia, il godimento il bene supremo, la voluttà il tesoro più prezioso: sii lieto, finché sei in vita”. Gli scheletri ammonivano: “Guarda quelle lugubri ossa, bevi e godi finché puoi: un giorno anche tu sarai così”.

Secondo fonti familiari dei De Prisco, la legislazione dell’epoca in materia di ritrovamenti archeologici era decisamente lacunosa e faceva sì che chi a quei tempi possedesse un fondo era proprietario di tutto quello che si trovava al suo interno, ivi compreso il sottosuolo. Pare che lo Stato italiano non volle o non potè acquistare quegli oggetti. Forse un’Italia unita da troppi pochi anni non disponeva di una legislazione unificata ed efficace nella tutela dei beni culturali.

La Villa della Pisanella fu distrutta dell’eruzione del 79 d.C. e sepolta sotto strati di ceneri. Di quell’area tanto fertile in età romana non rimaneva, nel Medioevo, che un esteso bosco. Un bosco “reale”, da cui il nome della cittadina, in quanto preferito dai Re Angioini per la pratica della caccia.

Una vecchia diatriba, quindi, è alla base dell'”esportazione” che qualcuno definisce clandestina del magnifico tesoro boschese ma che, secondo i discendenti di De Prisco, è dovuta a qualche incauto funzionario ministeriale che non reputò degna di considerazione l’iniziale offerta di vendita del tesoro.

Comunque sia, a Vincenzo De Prisco si deve l’importanza di taluni altri scavi: carico dell’importantissimo ritrovamento e, si suppone, delle possibilità di ulteriore guadagno, De Prisco riportò alla luce pure la villa di Publio Fannio Sinistore in via Grotta a Boscoreale, caratterizzata da bellissimi affreschi megalografici (a grandezza naturale) che ripropongono la reale ambientazione dell’epoca. Una residenza nobile, con grandi camere affrescate nel cosiddetto II stile pompeiano. Da questa villa provengono gli splendidi dipinti ora conservati al Metropolitan Museum di New York (affreschi dall’esedra, dal cubiculum e dal grande triclinio), al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (affreschi dal triclinio e dal grande triclinio), al Louvre di Parigi (affreschi dal triclinio) ed al Museo di Mariemont, in Belgio (affreschi dal triclinio e da altre stanze).

di Francesco Servino

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