La storia degli scavi di Longola, uno straordinario ritrovamento

Nell’Ottobre del 2000, in maniera del tutto casuale, vengono scoperti, nel corso di uno sbancamento per la costruzione di uno dei quattro depuratori del medio Sarno in località Longola a Poggiomarino, i resti di un’antichissima civiltà fluviale.

I lavori vengono sospesi dalla Soprintendenza e, tra Febbraio e Gennaio del 2001, un team di archeologi, sotto la direzione scientifica della dottoressa Caterina Cicirelli della Soprintendenza Archeologica di Pompei e Claude Albore Livadie, direttrice del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica (CNRS) di Parigi, effettua il primo saggio di scavo col fine di migliorare l’inquadramento paleoambientale del sito e ricostruire il modello insediativo.

Il sito di Longola, conservato per millenni sotto una falda acquifera a otto metri di profondità, si trova nel bel mezzo della valle del Sarno e si estende per più di 7 ettari: i reperti rinvenuti al suo interno sono di straordinaria importanza e attestano, per la prima volta, l’esistenza sul Sarno di una civiltà fluviale risalente al bronzo tardo (2000-1750 a.C.), sviluppatasi fino agli inizi del secolo VI a.C..

L’insediamento rivela conoscenze di ingegneria idrauliche straordinarie per gli abitanti dell’epoca, in quanto il villaggio era costituito piccoli isolotti ricavati da una palude marginati con grossi pali di quercia piantati nel fondale melmoso, rafforzati ai bordi da palificazioni e travi squadrate e bonificati con materiali vari, sui quali i Sarrasti vivevano in caratteristiche capanne a forma a “U”. Il sistema di canali navigabili che avevano costruito è valso a Longola l’appellativo di “Venezia della preistoria”.

Grazie ai reperti paleobotanici e paleofaunistici rinvenuti nel sito è stato possibile ricostruire l’ambiente di una volta: cinghiali, caprioli, cervi e addirittura orsi popolavano la valle del Sarno. A Longola sono stati trovati migliaia di reperti in ceramica, bellissime fibule di varie fogge, vaghi di collane in ambra, osso, pietre dure, amuleti, attrezzi da lavoro in bronzo e ferro, cesti e stuoie in fibre vegetali, rocchetti e fusaiole per la tessitura, oggettini in oro di corredo personale, statuette fittili antropomorfe e zoomorfe, un bellissimo piccone in legno, i resti di un’intera capanna crollata, due grandi canoe monossili ormeggiate e tre piroghe lunghe 7 metri. Probabilmente, tramite il fiume, la popolazione antica intraprendeva anche scambi commerciali di beni di prestigio, come dimostra il fatto che in quasi tutte le abitazioni è stato rinvenuto un forno di fusione per il bronzo: i Sarrasti, infatti, erano maestri nella lavorazione di bronzo, ferro, ambra e pasta vitrea.

Dopo una prima battaglia per far interrompere i lavori per la realizzazione del depuratore (la cui costruzione mal si coinciliava con lo scavo archeologico) conclusasi nel 2003, quando il commissario delegato dalla Presidenza del Consiglio per il superamento dell’emergenza inquinamento del fiume Sarno, il generale Roberto Jucci, decise di far realizzare delle varianti ai collettori originari per le acque reflue del Comune di Poggiomarino convogliandole verso i depuratori di Scafati-Sant’Antonio Abate e di Angri-Sant’Egidio di Monte Albino, il gruppo archeologico Terramare 3000, un comitato civico che dal 2003 si è assunto il compito – grazie a una convenzione stipulata con la Soprintendenza – di individuare, accertare, tutelare e valorizzare i siti archeologici della Valle del Sarno e di divulgare le conoscenze ad essi relative e di promuoverne la fruizione, avanza nel 2004 la proposta di un parco archeologico fluviale, di un centro di archeologia sperimentale e di un itinerario che tramite il Sarno congiunga tutti i luoghi di interesse storico e archeologico fino all’entroterra vesuviano.

Sempre nel 2004, dopo due anni di stop ai lavori, con uno stanziamento di due milioni di euro da parte della Soprintendenza Archeologica di Pompei, riprendono gli scavi: i lavori vengono appaltati a una ditta per poco più di 1,5 milioni di euro, ma al contempo la Soprintendenza lamenta il mancato intervento delle istituzioni regionali e nazionali per la predisposizione di un intervento più esteso sull’area.

Nel 2005 è in previsione lo stanziamento di un fondo ministeriale di 3 milioni di euro, da impiegare per la costruzione del parco archeologico e del museo per la conservazione e tutela dei reperti: nel progetto rientra anche una strada di collegamento dal centro cittadino di Poggiomarino del costo di 700mila euro.

Longola torna alla ribalta nel 2012: lo scavo deve chiudere, non ci sono fondi. La creazione del parco archeologico fluviale e del museo rimane una chimera. Le strutture palafitticole riportate alla luce vengono ricoperte di ghiaia, argilla e terra. Anche le idrovore che pompano incessamente l’acqua fuori dallo scavo smettono di funzionare. Nessun piano di valorizzazione e di sviluppo dell’area viene messo in cantiere e i 24 dipendenti della ditta che aveva in gestione lo scavo rischiano di rimanere senza lavoro.

Comitati e associazioni del vesuviano si mobilitano, mantenendo dei presidi giorno e notte all’entrata degli scavi per impedire l’arrivo delle ruspe. La protesta dà i suoi frutti: un altro fondo è arrivato, quello regionale da 2,5 milioni di euro, uno dei più cospicui nella storia di Poggiomarino. A onor del vero, nonostante l’impegno profuso dalle istituzioni bisogna dire che il progetto presentato dall’amministrazione non convince moltissimo quanti hanno lottato per tenere viva l’attenzione su Longola, perchè si sviluppa attorno all’area dello scavo, non ne prevede di ulteriori, non prevede un museo ma aree per gli spettacoli e per il pic-nic, orti e serre.

di Francesco Servino