Intervista esclusiva al dottor Enrico Angelo Stanco

In una intensa mattinata archeologica ho incontrato il dottor Enrico Angelo Stanco, il nuovo funzionario della Soprintendenza di Napoli (da poco accorpata a quella di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta) responsabile di Napoli, Acerra e Nola, intrattenendo con lui un’interessante chiacchierata che ha toccato diversi aspetti che interessano da vicino l’entroterra vesuviano. Nola viene da un annus horribilis per quanto riguarda l’archeologia, con il reinterro della cosiddetta “Pompei della Preistoria“, il sito dell’età del bronzo ritrovato al confine con Saviano, in località Croce del Papa. “E’ un problema di falda idrica” mi spiega subito il dottor Stanco: “la fruizione sociale dei siti è sicuramente un obbligo, ma un obbligo è pure preservare. Con i tecnici valuteremo la soluzione migliore che potrebbe consistere in grandi pompe sempre attive. Sono fiducioso, nel giro di dieci anni si potrà giungere alla riapertura. Aprire il sito adesso, nelle condizioni in cui si trova, significherebbe non farlo durare nel tempo“.

Nel Dicembre 2012 una straordinaria mostra con i reperti provenienti da Nola e Poggiomarino è stata allestita a Madrid eppure, in Italia, tante vestigia sono condannate all’oblio. A Poggiomarino, dopo tanti sforzi della cittadinanza attiva per tenere aperto il sito di Longola, l’amministrazione ha presentato un progetto che prevede aree concerto e campi di pomodoro ma che poco ha a che vedere con l’archeologia. A Terzigno la situazione di cava Ranieri si può tranquillamente definire “clamorosa”, volendo usare un eufemismo, ma il discorso potrebbe essere allargato a Pompei che non ha un museo in grado di ospitare i tanti reperti depositati nei magazzini.

Per il dottor Stanco è sicuramente un problema di mancanza di fondi, che lo Stato non mette a disposizione: “spetta agli enti locali, ai comuni e alle Regioni” mi spiega “farsi carico del proprio patrimonio, è questa la direzione verso la quale stiamo andando: la soprintendenza mette a disposizione i propri mezzi e le proprie competenze. Non si può fare nulla senza opportuni finanziamenti e comunque non bisogna trascurare l’aspetto della sicurezza: tutto deve essere fatto a norma. La questione dei musei territoriali è molto legata alla sensibilità dei comuni. Secondo me il compito della valorizzazione spetta alle Regioni e la tutela allo Stato, una procedura che a un certo punto pareva essersi quasi interrotta. Siamo in una fase di riforme per quanto riguarda il MiBACT che consiste nell’individuare “grandi musei” e “poli museali” e bisogna pertanto capire come continuare a operare. Con una carenza di mezzi e personale è divenuto difficile tenere sotto controllo ogni singolo aspetto gestionale. Le strutture che si occupano del territorio sono quindi sempre meno o sono diventate strutture “zoppe”: è difficile ripartirsi tra musei e territorio, non so fino a quando sarà possibile. Quanto al museo di Nola, è sicuramente una realtà da tenere in considerazione“.

Il dottor Stanco, persona molto attiva e preparata, condivide pienamente il concetto di archeologia come bene comune da mettere a disposizione dei cittadini, ovviamente con le dovute cautele: “E’ il modo che hanno i cittadini di riscoprire le proprie radici e fortificare il senso di appartenenza con il territorio, con tutto ciò che ne consegue sul piano del rispetto della cosa pubblica“. Ma da dove occorre partire? “Bella domanda. Sicuramente dalle scuole. Occorre una radicale riforma delle scuole, lo studio della storia non va trascurato. E’ nelle scuole che si educano le nuove generazioni. Una volta i musei locali erano un punto di riferimento importante, le scolaresche vi si recavano per apprendere. Mi permetta anche di dire che nell’era dei mass media e della digitalizzazione un compito importante lo sta ricoprendo Alberto Angela con il suo ruolo di divulgatore. E una direzione interessante l’ha presa anche il MAV, il museo archeologico virtuale di Ercolano, col suo percorso di informatizzazione. Viviamo in un’epoca caratterizzata da una mancanza di punti di riferimento e da una mancanza di fiducia, per questo viene meno anche l’interesse nei confronti della storia e dell’archeologia. Eppure il loro studio è importante perché la Storia è maestra di vita, e ci aiuta a non compiere gli stessi errori del passato, e l’archeologia rappresenta la cultura territoriale, la ricerca della propria identità, lo studio di come eravamo in passato per capire come siamo oggi, per capire in che modo sono evolute tradizioni e cultura di un popolo. Ho il timore che sia in atto un tentativo di cancellare la Storia, e in questo modo anche il presente e il futuro“.

La recente strada delle riforme intrapresa dal Governo Renzi e la legge spending review del Governo Monti hanno portato, per ora, a tagli alla cultura che hanno decretato il trasferimento della sede della soprintendenza di Napoli a Salerno per l’accorpamento alla locale direzione e a quella di Avellino, Benevento e Caserta. Una politica dei tagli che sempre e solo va a colpire il patrimonio culturale che non deve essere visto, secondo il dottor Stanco, come un limone da spremere ma come un’occasione di crescita e una risorsa da valorizzare.

La Campania ha una storia ricchissima: recenti e importanti scoperte che si devono anche al lavoro appassionato degli archeologici nei paesi a est del Vesuvio hanno svelato dettagli che sarebbe l’ora di approfondire e di diffondere perché l’attenzione si è sempre concentrata sulle testimonianze monumentali dei più celebri siti archeologici della costa che hanno assorbito risorse a scapito di realtà archeologiche cosiddette “minori”, ma che minori non sono affatto: basti pensare al sito di Longola a Poggiomarino, il primo villaggio protostorico in ambiente umido scoperto nella Valle del Sarno, la cui antropizzazione risale ad una fase avanzata del Bronzo Medio (XV sec. A.C.) che ha gettato piena luce sulle dinamiche insediative e sui sistemi di bonifica adottati dalla comunità locale. Sorprende la continuità insediativa, la quantità di testimonianze che attraversa tutte le ere, l’unicum che va dall’ager nolanus all’ager pompeianus e che si estende fino all’agro nocerino che riserva, ancora oggi, scoperte sensazionali. Il rinvenimento del capitello di località Villa Albertini al confine tra Ottaviano e la frazione di Piazzolla di Nola ad opera dello studioso Gennaro Barbato costituisce un trait d’union molto interessante: potrebbe essere la conferma di una “via dell’oro” sulla quale transitavano i commerci nell’antichità e addirittura della presenza della villa di Cesare Ottaviano Augusto. Con fare propositivo e sicuramente intraprendente il dottor Stanco ha già dato la disponibilità a partecipare a un eventuale tavolo con l’assessore alla cultura di Nola a cui il Comitato Civico Vesuviano rivolgerà presto un invito: la palla passa ancora una volta ai cittadini attivi, e ci si augura che questo proficuo canale che si è creato tra semplici appassionati di archeologia e studiosi qualificati possa continuare a dare soddisfazioni, anche se a mancare, troppe volte, è il sostegno delle amministrazioni locali, sorde quando si tratta di udire la parola “cultura”. Al dottor Enrico Stanco vanno i migliori auguri, il piglio col quale sta affrontando il suo nuovo incarico è sicuramente positivo. E per quanto riguarda l’entroterra vesuviano, Ottaviano e le zone a ridosso di Nola non sono da escludersi, a breve, nuove interessanti scoperte.

di Francesco Servino