Intervista alla psicologa Maria Carla Di Gioia

Abbiamo discusso con la Dott.ssa Maria Carla di Gioia, psicologa e psicoterapeuta in Psicoterapia Integrata e Musicoterapia, operatrice di Pet Therapy, della crisi valoriale ed etica che stiamo attraversando, una crisi che ha portato allo smarrimento di quei pilastri fondamentali di amore e rispetto per l’altro che avevano caratterizzato la nostra società nei decenni passati.

Dott.ssa Di Gioia, stiamo vivendo un periodo caratterizzato da una grave crisi economica che sta colpendo soprattutto le nuove generazioni: qual è l’effetto sulla loro psiche e cosa può dirci a riguardo della depressione, patologia oggi molto diffusa che, spesso, sfocia in gesti estremi, come i due suicidi avvenuti recentemente nel Sannio e nell’Irpinia?

“Ritengo fortemente probabile che la tendenza generale della società attuale, pervasa da una profonda crisi economica, che è divenuta contestualmente crisi emotiva, familiare, relazionale e morale, abbia determinato un individualismo sempre maggiore, che, a sua volta, ha causato una minore disponibilità alla solidarietà e una distruttiva competitività. Tutto ciò si traduce frequentemente in un deleterio isolamento dell’individuo e nel deterioramento dell’integrazione sociale. Questa lenta disintegrazione della comunità, insieme a un atteggiamento, talvolta spietato, di autoaffermazione, fa la propia comparsa in un momento in cui la crisi politica, economica e sociale richiederebbe piuttosto un aumento della cooperazione e dell’attenzione verso gli altri. In aggiunta, si riscontrano sempre più marcatamente i segni di un crescente disagio emotivo, soprattutto tra i giovani. In particolare, ciò che colpisce è l’aumento eclatante dell’assenza di comunicazione, delle difficoltà di gestione emotiva e della violenza tra gli adolescenti.

Se a questi aspetti negativi, poi, si aggiungono anche l’aumentato uso di droghe e alcool, la messa in atto di comportamenti di autolesionismo e l’impennata statistica dei suicidi, la mancanza di percezione del rischio con conseguente aumento degli incidenti stradali, le somatizzazioni e la diffusione di massa di comportamenti sessuali e di addiction, si ottiene un quadro che mostra un’Italia caratterizzata purtroppo da un crescente malessere emozionale.

Uno dei motivi fondamentali che hanno influito sulla trasformazione della crisi economica nella crisi dei valori è la mancanza di “alfabetizzazione emozionale” e la carenza di abilità affettive, che consentono di strutturare al meglio i nostri universi relazionali,  promuovendo resilienza e senso di autoefficacia. Qualsiasi conflitto relazionale, familiare o sociale, nasconde alla base una carenza di informazioni e una mancanza di chiarezza. La lettura emotiva di questa temibile assenza di comunicazione o del conflitto stesso appare quindi di fondamentale importanza.

Risulta, infatti, decisiva la capacità di fermarsi e di riflettere per dialogare con le proprie emozioni e poter entrare in contatto anche con le parti più fragili ed intime di sé, riconoscendo in questo aspetto quella dimensione profonda, che ci accomuna e rende autentica la comunicazione stessa. A mio avviso, dunque, sarebbe auspicabile una maggiore attenzione all’emotività di ciascun  individuo, attraverso un lavoro costante di prevenzione, al fine di garantire alla persona l’opportunità di promuovere competenze affettive ed emotive, indispensabili anche per poter fronteggiare le criticità della società odierna.

Un’indagine Ipsos per “Save the Children” ha messo in luce un dato allarmante: un italiano su tre è favorevole al sesso con minori. Cosa ne pensa e quali sono, secondo lei, le cause di questo degrado morale ed etico?

“Le cause del degrado morale, che attengono al deterioramento emotivo della persona, sono presumibilmente multifattoriali e sono correlate alla complessità di ciascun individuo che si rende responsabile di atti cosi gravi. Non è affatto semplice definire in termini univoci le motivazioni e le dimensioni di un fenomeno che può essere considerato, allo stato attuale, una grave piaga sociale. La maggior parte degli episodi di abuso sui minori non viene denunciata, tanto da rendere la situazione reale “un silenzio assordante”. Oltre all’inasprimento delle pene per i reati concernenti la sfera dei maltrattamenti e delle violenze sui minori, sarebbe fondamentale quantificare l’entità del fenomeno stesso, ancora eccessivamente sommerso nel nostro territorio, allo scopo primario di favorire la sensibilizzazione e l’informazione delle Istituzioni e promuovere l’attuazione di programmi di prevenzione mirati e specifici. Recentemente, l’Associazione Infieri, in partenariato con il Comune di Benevento, nell’ambito del Progetto TRATTA.Mi (TRATTAmento Minori), finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento Pari Opportunità,  ha promosso nel territorio beneventano una formazione peculiare e uno studio sul campo, con l’obiettivo di conoscere l’entità e le caratteristiche del fenomeno “abuso”. Creare un modello di rete interistituzionale, che coinvolga associazioni ed enti territoriali, servirebbe a valorizzare il contributo di ogni singola entità, sviluppando una sinergia costruttiva e proficua tra le diverse parti sociali in azione”.

Dott.ssa Di Gioia, desta preoccupazione il dilagare della pedopornografia. Infatti, recentemente, si è assistito a livello nazionale ad una maxioperazione, contro questa piaga sociale, che ha portato anche all’arresto di un 34enne sannita. Cosa ne pensa di tutto ciò?

“Non tutti coloro che hanno tendenze alla pedofilia danno libero corso alle loro fantasie sessuali, nascondendosi, ad esempio, dietro la pedopornografia. Tutto ciò può essere molto pericoloso. Per tali motivazioni, ritengo fondamentale che la pedofilia venga considerata,  in primo luogo, un disturbo psicologico che necessita assoltamente di cure, soprattutto per la sicurezza dei bambini di tutto il mondo. L’idea di fondo è separare lo stato mentale dal reato di abuso su minori, poiché i due aspetti non sempre coincidono.

Sono convinta che la prevenzione rappresenti una discriminante indiscutibile per promuovere interventi proficui, al fine di arginare il dilagare di episodi cosi drammatici. Nello specifico, per prevenzione si intende un lavoro emotivo sinergico, da attuare nei differenti contesti e con le diverse figure coinvolte nelle succitate dinamiche. Intervenire nell’ambito delle scuole con programmi di educazione sessuale, di “alfabetizzazione emotiva” e di sensibilizzazione/informazione sul fenomeno dell’abuso sui minori, assistere le famiglie con progettazioni sulla promozione della genitorialità e sulla gestione emotiva, elaborare percorsi terapeutici mirati su soggetti specificati, rappresentano le linee guida primarie per l’elaborazione di interventi sociali peculiari ed adeguati. Inoltre, tenendo conto che la più alta incidenza di abusi si realizzano dentro le mura domestiche, spetterebbe al medico di famiglia segnalare se le lesioni riscontrate possono essere la conseguenza di maltrattamenti o di abusi.

In particolare, poi, secondo quanto afferma Minz, dovrebbero essere soprattutto i ginecologi ad essere sensibilizzati in questo senso, dato che la connessione tra abusi sessuali sulla moglie e atti pedofili incestuosi (e non incestuosi) è frequente, in quanto si tratta di comportamenti che hanno alla base la spinta sadica a dominare l’oggetto sessuale e, purtroppo, le donne e i bambini sono senza dubbio soggetti deboli e più facilmente dominabili.

E’ opportuno evidenziare, infine, che la legislazione in tema di abusi su minori fa riferimento quasi esclusivamente a pene detentive e pecuniarie, non tenendo conto in modo adeguato degli aspetti preventivi legati a trattamenti terapeutici specifici. Allo stato attuale, la maggior parte dei pedofili riconosciuti, non viene sottoposto ad alcun tipo di trattamento, sia perché essi stessi negano il loro reato e non lo vedono come un problema sessuale, ma come una scelta, sia perché la legge non offre ancora delle precise indicazioni in tal senso”.

Attualmente, si discorre tanto della crisi della famiglia e delle difficoltà comunicative tra i componenti della stessa. Quali potrebbero essere gli strumenti per risolvere questa problematica?

“I genitori di oggi sono perlopiù stressati e sotto pressione, costretti ad un ritmo di vita assai frenetico; dovendosi confrontare con una realtà difficile, hanno probabilmente  un maggior bisogno di consigli e di guide per poter supportare i propri figli ad acquisire le essenziali capacità interpersonali ed evitare che il rapporto con questi ultimi si trasformi in un conflitto distruttivo. D’altro canto, i ragazzi, provati dalla crisi economica, lavorativa, valoriale e relazionale, sono facilmente inclini ad una labilità emotiva. La definizione e la strutturazione della propria “identità sociale”, legata indissolubilmente alla percezione di sé (Offer, Ostrov, Howard, 1981), si accompagna visibilmente ad atteggiamenti di insicurezza, di attesa preoccupata dell’esito del proprio agire, di comportamenti controllati e meno spontanei.

Nello specifico, lo sconforto e la frustrazione, spesso legati alla “lotta” di definizione di una propria identità coesa ed integrata, possono ragionevolmente spiegare il prevalere di una concreta ambivalenza emotiva o, talvolta, di una marcata difficoltà nel riconoscimento e nell’espressione/controllo dei propri vissuti emotivi”.

Perché è così importante il ruolo delle emozioni nella comunicazione interpersonale e, quindi, nel rapporto genitori-figli?

“Le emozioni costituiscono, in qualche modo, il fulcro della vita psicologica individuale e possono, in buona sostanza, essere considerate come snodo delle diverse linee di sviluppo: quella psicomotoria e cognitiva da un lato e quella affettiva e relazionale dall’altro.
Lo studio delle emozioni, dunque, può consentire di affrontare nel migliore dei modi le difficoltà, le strategie e le modalità di affrontare i diversi compiti evolutivi di volta in volta richiesti e di gestire al meglio il rapporto con l’altro. Approfondendo la funzione delle emozioni nello sviluppo e nella prima comunicazione infantile, Trevarten ha dimostrato come le emozioni si comunichino molto presto tra gli individui per proteggere l’integrità vitale degli stessi, per guidarne i processi diretti verso l’esterno e per promuovere l’interazione con l’ambiente sociale

Come scrive l’autore, le emozioni regolano, negli esseri umani, “un rapporto intersoggettivo unico nel suo genere, che crea cooperazione consapevole e che favorisce l’acquisizione di uno specifico bagaglio culturale”. La vita familiare, in particolare, è la prima scuola nella quale si apprendono gli insegnamenti riguardanti il nostro mondo “emozionale” e la nostra vita emotiva. L’educazione emozionale opera non solo attraverso le parole e le azioni dei genitori indirizzate direttamente ai figli, ma anche attraverso i modelli che essi offrono, mostrando loro come gestiscono i propri sentimenti e la propria relazione coniugale.

Dott.ssa, lo scorso anno è stata pubblicata la prima enciclica di Papa Francesco, dal titolo “Lumen Fidei”, scritta a quattro mani con Papa Benedetto XVI, nella quale si discorreva del legame tra Fede e Ragione e tra Fede e Scienza. Lei cosa pensa in merito a questo rapporto? Non le sembra che i recenti avvenimenti che si stanno verificando nella nostra società attestino che l’uomo ha sete di spiritualità?

In campo medico e scientifico, è nota, ormai da tempo, la validità terapeutica della spiritualità vissuta. L’incontro con la Fede e la preghiera rafforzano la consapevolezza di Sé e promuovono un’importante forza interiore, che alimenta resilienza e resistenza emotiva alle avversità. La spiritualità, che induce alla meditazione, produce evidenti cambiamenti nei meccanismi cerebrali e favorisce l’attenzione, la consapevolezza e addirittura l’empatia e la compassione verso la sofferenza altrui. Da un punto di vista meramente scientifico, tutto ciò costituisce il legame più evidente tra Fede e Ragione, Fede e Scienza e, in tal senso, nella società attuale, logorata da un pervasivo individualismo, la spiritualità diventa una “luce” significativa che conferisce speranza, attraverso la coesione e la condivisione con l’altro.

Lei è anche specializzata in Pet Therapy. Ci può spiegare le caratteristiche principali di questa terapia con gli animali, in particolare realizzata con i conigli, e come essa può arginare le patologie della depressione e dell’ansia?

La scienza ha confermato con fermezza il ruolo terapeutico svolto da molti animali. Dal lontano 1953, anno in cui lo psichiatra Boris Levinson coniò il termine “Pet Therapy”, o da quando essa è approdata, per la prima volta, nel Bel Paese nel 1987, in un convegno interdisciplinare a Milano su “Il ruolo degli animali nella società””, sino ad oggi, le Terapie Assistite dall’Animale (TAA) o le Attività Assistite con Animali (AAA) hanno ottenuto numerose ed importanti conferme scientifiche come co-terapie valide ed efficienti, suscitando interesse e conquistando un riconosciuto valore. Cani, gatti, conigli e altri piccoli animali, cavalli, asini e addirittura delfini possono aiutare e supportare bambini, adulti ed anziani con difficoltà relazionali e di comunicazione, fobie sociali e di isolamento, solitudine e malinconia, stress e comportamenti violenti, malattie neurologiche o patologie cardiovascolari, malattie oncologiche, disordini dello sviluppo o disturbi psichiatrici.

In buona sostanza, la Pet Therapy migliora concretamente la qualità di vita delle persone e il suo valore terapeutico è sorprendentemente efficace. A questo punto, una domanda potrebbe nascere spontanea: perché funziona?

La sua incredibile forza risiede, in primo luogo, sul contesto relazionale di pet therapy, che vede protagonisti il paziente, l’operatore e il pet, i quali comunicano e si relazionano in un setting sapientemente strutturato. I dottori Aaron Katcher e Alan Beck hanno, inoltre, individuato nove punti che definiscono la validità terapeutica di questa straordinaria “terapia dolce”, che non vuole arrogarsi il diritto di sostituire le terapie mediche tradizionali, ma mira ad affiancarle con professionalità e dedizione: gli animali forniscono compagnia; ci offrono qualcosa da dover curare e che richiama la nostra attenzione; sono esseri attivi, in movimento, vivi; sono una presenza costante e rassicurante nelle diverse fasi della nostra vita; ci fanno sentire accettati e quindi favoriscono il rapporto con gli altri; attraverso i loro giochi ci spingono al sorriso; rappresentano un ottimo stimolo all’esercizio fisico; accarezzandoli e spazzolandoli ci rendono più rilassati e tranquilli; sono piacevoli anche da guardare.

Certo, è vero, qualunque sia il settore di impiego della pet therapy, devono essere rispettate rigidamente condizioni specifiche, con la consapevolezza che non sempre essa è applicabile e che, in tutti i casi, devono essere rispettati la complessità individuale e psicologica di ciascun paziente ed il benessere dell’animale, che mai deve essere sottoposto a stress. L’animale, infatti, non deve mai essere sfruttato, ma semplicemente impiegato come dolce sostegno e mediazione. La professionalità, la competenza, la capacità di collaborare in gruppo, l’empatia, il coraggio di sostenere il dolore e la sofferenza, la capacità di ascolto e di analisi si configurano, quindi, come qualità e caratteristiche essenziali per aiutare il nostro “pet” a sostenere il suo meraviglioso compito. La sua fedeltà ci insegna l’ottimismo di fronte alle difficoltà,  l’altruismo e una profonda dedizione, che diventa Amore.

Dott.ssa, quale messaggio infine si sente di dare soprattutto alle Istituzioni, le quali spesso si mostrano lontane e assenti rispetto ai gravi problemi che i cittadini debbono affrontare quotidianamente?

“Di porre maggior attenzione e reale interesse per la “Res pubblica”, di dar voce alla gente comune, di non abbandonare le famiglie, i disagiati e, in particolare, i giovani. E’ vero ci sono ragazzi difficili, ma ce ne sono tanti altri che “combattono” ogni giorno, con coraggio e dignità, per diventare grandi, tra scuola, musica, partite di calcio, confidenze con le amiche, alla ricerca di speranze e sogni, talvolta, perduti. Noi adulti abbiamo il dovere morale e la responsabilità civile di attivarci, ognuno nel proprio ruolo educativo, sociale e istituzionale, affinché i nostri ragazzi e gli individui più deboli abbiano la possibilità di costruirsi un futuro emotivamente saldo, per evitare che “nell’attesa si soffra tanto dell’assenza di ciò che si desidera da non poter sopportare nessun’altra presenza” (Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”)”.

di Gianluca Martone