Intervista al teologo Don Raffaele Pettenuzzo

Il Sannio è indubbiamente una terra contrassegnata da molteplici aspetti positivi ma anche da tante problematiche che impediscono alle persone di mettere adeguatamente in evidenza i propri talenti.

Di queste tematiche ne abbiamo parlato con Don Raffaele Pettenuzzo, Teologo e Parroco della parrocchia di Santa Maria del Bosco di Paupisi, il quale, nel prossimo mese di giugno, festeggerà il decimo anniversario del suo ministero presbiterale.

Don Raffaele, nel dicembre 2004, fu nominato Arciprete – Parroco della parrocchia di Santa Maria del Bosco di Paupisi, arrivando nel Sannio, una terra dalle tante ricchezze, ma anche dalle molte contraddizioni. Qual è stato il suo impatto con questo nuovo territorio, lei che è vicentino, precisamente di Sandrigo?

Arrivando dieci anni fa qui nel Sannio, in particolare come Parroco a Paupisi, comune che si trova poco lontano dalla città di Benevento, mi ero prefissato la realizzazione di un ideale, ossia quello di conformare – nella verità, nella giustizia, nella libertà e nell’amore – la storia umana di questo popolo all’ordine divino. Mi resi subito conto della grande generosità umana di questa gente, divenuta da subito “la mia gente”, ma nello stesso tempo anche delle diverse forme di peccato in cui era rimasto intricata questa terra, in seguito all’Unità d’Italia, che aveva messo assieme “due anime diversissime tra loro” (la sannita con la partenopea, ovvero Napoli, Salerno e Caserta), impedendo da allora al Sannio di essere l’autore della propria storia e, di conseguenza, di poter vivere appieno la propria dignità e libertà di popolo.

L’aspetto che certamente più amai in questa parte del mondo, oltre alla generosità e al grande desiderio di lavorare di questa “mia gente”, fu “la terra”, sì proprio la terra: le colline, i boschi, le querce, gli ulivi, i vigneti e i ciliegi. Scoprendo, purtroppo, che questo “mio popolo”” non era più in grado o non gli spettava il diritto di coltivare la sua terra e di avere una parte dei beni indispensabili alla propria vita, sufficienti a sé e alle proprie famiglie, per vivere con dignità e in pace con tutto e tutti, contemplando e potendo così utilizzare l’aria pura, l’acqua incontaminata, la luce del Sole, i frutti delle piante, i prati, i pesci guizzanti in tutte le acque, i sapori e i profumi dei fiori, i colori della natura, gli spazi dei campi e dei monti, i suoni, i silenzi della notte, le svariate luci dell’alba e dei tramonti… Come mai questo?

In questi quasi dieci anni di sacerdozio in provincia di Benevento, cosa ha potuto riscontrare nel Sannio? Secondo lei, per quali motivi, nonostante le tante risorse umane, culturali, spirituali e artistiche, questa fetta di Campania sembra essere bloccata e frenata nel valorizzare al meglio l’immenso patrimonio di cui dispone? Cosa si sentirebbe di proporre per far spiccare il volo a questo territorio, al quale sicuramente si è molto affezionato con il trascorrere degli anni?

In questi anni purtroppo è penetrata nel nostro territorio in modo sempre più incisivo la camorra e, per di più, si è fatto troppo stretto, anzi servile, il legame con il governo di Napoli, che ci impedisce di utilizzare appieno le nostre risorse e di poter così progettare liberamente il nostro futuro. Pertanto, un mostro si sta mangiando il nostro Sannio: il mostro della corruzione, nonostante il fatto che tutte le forze benpensanti si siano messe assieme, soltanto a parole “ma non testimoniando con la propria vita di ogni giorno”, per inquisire questo mostro: i partiti, i sindacati, le forze economiche, la polizia e non da ultimi alcuni uomini di Chiesa. Come può un sannita, guardando alla storia del suo popolo, rimanere inoperoso nei confronti di coloro che hanno messo socialmente e politicamente a repentaglio le famiglie e non danno nessuna concreta speranza a chi si sente troppo spesso solo con i suoi problemi di disoccupato?

Da qui, da questa periferia più che dal centro di Napoli, potrà mai nascere un movimento spontaneo di un rinnovo spirituale, morale e, dunque, sociale e politico, affinché “il solo”, colui che subisce il sopruso della disoccupazione e la violenza su di sé della giustizia possibile solo ai più corrotti, non si senta sempre più solo e si accolli colpe non sue? Sarà mai possibile “tutto un movimento nel fare chiarezza senza paure”, perché la paura incute a fare silenzio e crea l’omertà? Già troppi fanno silenzio e, non parlando, permettono che ad altri accada del male e che si viva male!

Alcuni anni fa, esattamente nel 2010, lei ha fondato l’associazione  “Dimora Cristiana per il Federalismo”, in collaborazione con il Senatore Giuseppe Leoni, iniziativa aperta soprattutto alle nuove generazioni. Quali sono i motivi che l’hanno indotta ad intraprendere questa avventura? Cosa si sente di dire ai giovani in questo momento contrassegnato da una profonda crisi da molteplici punti di vista?

La “mia avventura” si fonda nella speranza che il futuro del Sannio possa passare in mano ai giovani sanniti. Anche perché emergono chiaramente due elementi: la corruzione è, a questo punto, riconosciuta da tutti come una potenza; è giunto il momento che i giovani onesti e liberi si espongano apertamente, dicano quello che pensano, proclamino i lori scopi e le loro idee e contrastino il mostro della corruzione con il Vangelo in mano. Non dico, perciò, niente di più di quello che politicamente già si sapeva, ma molto di più di quanto normalmente si dice nel Sannio. Questo “mio dire” è indubbiamente incompleto, ma vuole essere di proposito portato a termine nella coscienza, nelle idee e nelle azioni di tutti quei giovani di buona volontà, che hanno a cuore il divenire di questa terra. A tutti, ma particolarmente ai giovani, il compito di pensare dunque quale futuro debba avere il Sannio, ossia quello di proporre un nuovo ordinamento e una nuova armonia sociale e politica, che restituisca ai sanniti la speranza nel proprio avvenire. Infatti, attualmente il male più grande è che in molti è morta completamente la speranza. Ai giovani, allora, e a tutti coloro che sono dotati di buona volontà, di senso della libertà e della giustizia, il grande compito di pensare nuove cose e di ardire a una libertà più vera e più giusta, brandendo e tenendo in alto il Vangelo della libertà, che è il Vangelo di Cristo.

Recentemente, si è verificato nel Sannio, precisamente nel centro di Bonea, un cruento attentato incendiario al parroco del centro caudino Don Giovanni Umberto Mastronardi, al quale è stata letteralmente distrutta l’auto. Qual è il suo pensiero su questo gravissimo episodio di violenza? Si può ancora discorrere di “isola felice e tranquilla” per il Sannio?

Non più, purtroppo! E, a proposito del caso di Bonea, in cui è stata incendiata nella notte l’auto del Parroco, Don Giovanni Umberto Mastronardi, con alcuni ignoti che hanno appiccato il fuoco alla ruota sotto il vano del motore, costituisce la prova lampante di come l’azione intimidatoria, cioè l’atto criminale, scelga sempre il buio della notte per colpire. È una scelta intelligente per chi ha voluto in quel momento fare il cecchino del coraggio, del libero parlare, della luce della verità e della sete di giustizia; ma noi non possiamo permetterlo! Per questo dobbiamo fare una scelta, così come ci ha invitato Papa Francesco (nell’Evangelii Gaudium, n.49): “Usciamo, usciamo a offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita” (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 49).
Pertanto, fa tanto bene all’anima aver visto, nella fiaccolata di solidarietà per il Parroco di Bonea pesantemente attaccato dalla camorra, tante donne che, nel comune caudino, soffrono in silenzio per i loro figli, per i loro mariti e anche per il loro Parroco, e che “hanno scelto, quella sera, di manifestare con coraggio e con consapevole fierezza, di antica sannita memoria”. In molte di loro ho intravisto una sofferenza silenziosa, assomigliante alla sofferenza della Vergine Maria ai piedi della Croce, ma che non ha impedito loro di fermarsi di fronte al branco di vili al servizio dei malavitosi, i quali imputridiscono le coscienze, uccidendo il messaggio della Croce e della Resurrezione, asserendo che la via per Damasco non è mai esistita.

Lo scorso anno, è stato ripubblicato il suo volume “La filosofia della solitudine”, scritto da lei oltre venti anni fa ed edito dalla Libreria Editrice Vaticana. Quali sono le principali cause della diffusione di questa condizione dell’uomo che, attualmente, riguarda molti soggetti? E quali sono, secondo lei, i mezzi principali per riscoprire la bellezza del rapporto con l’altro?

La solitudine si è annidata dentro le nostre case, sciaguratamente! E sono diversi i tipi di solitudine. Ad esempio, c’è “una solitudine che è condanna”, sofferta e subita da tutti quelli che sono costretti a un’emarginazione senza scampo alcuno; ed è il caso di certi vecchi o di quei bambini non amati e picchiati, di quei profughi e rifugiati trattati male e la cui dignità spesso è calpestata, dei malati di cancro o di AIDS, e di chi, infine, non è rispettato né tanto meno ascoltato. C’è poi “una solitudine che è estraneità”, per la quale, ad esempio, il vicino di casa è uno straniero oppure un emerito sconosciuto, che ha deciso di abitare nell’appartamento accanto e del quale a malapena si è memorizzata la faccia, in realtà la vita e la morte di costui non sono interessanti. C’è, inoltre, “una solitudine che è vuoto”. Ciò accade a certi uomini che vivono in un vuoto quasi infinito; essi sono svuotati di personalità, di pensieri e di sentimenti. Per loro Dio è morto, mentre una solitudine totale si è fatta spazio e ha distrutto il Creato, l’ha reso vuoto di ogni contenuto e senso. Vi è poi “una solitudine accettata dalla semplice ragione”. Essa si ha quando l’uomo, che è capace di pensare, si scopre fragile rispetto a un universo cieco e immenso che lo sovrasta e che non ne sa nulla del suo sentimento di paura e di solitudine, perché è sprovvisto d’intelligenza. Dove, però, la solitudine diviene radicale, e raggiunge l’espressione più drammatica, è nel momento della morte. Qui l’uomo è solo con se stesso. Le domande che egli si pone sono: dove vado? C’è Dio? Che senso ha avuto la mia vita? Che cosa ne ho fatto? Se negli ultimi attimi di vita Dio non c’è, la solitudine per colui che muore è il deserto, un balzo nel nulla; se invece c’è Dio, vi è la certezza di un passaggio a una vita di eterno amore. Naturalmente, la solitudine richiama a un tempo anche la ricerca della verità. Infatti, molti giovani, adulti e vecchi sono resi inermi e indifferenti anche di fronte alla bellezza della vita da una solitudine senza scampo, giacché è morto nel loro spirito l’anelito alla verità. Anelito di verità che può trasformare una solitudine dannante per te e per chi ti è accanto in una solitudine beata o accolta come momento unico e irrepetibile per ritrovarsi. Pertanto, nel pensare e nel vivere la solitudine puoi trovare una qualche via per riscoprire il tuo colloquio di amore, dalla terra con il Cielo.

Don Raffaele, tra qualche mese, ricorrerà il decimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 13 giugno 2004. Cosa si augura per il futuro del suo ministero presbiterale e, in particolare, qual è il suo auspicio per il Sannio e per i giovani sanniti nei prossimi anni, contrassegnati da tante incertezze,ma anche da tante speranze?

Quando un uomo congiunge le mani e prega rinuncia alla categoria del fare, ossia rinuncia a influire con le sue sole forze sulla propria vita e si rimette in rapporto con Chi ha il dominio dell’universo, perché è il suo Creatore. Da qui deriva l’unica testimonianza possibile: un’esperienza interiore che la società sannita ha come eclissato, ma che prepotentemente ritorna come ricerca della “tua” libertà. Possiamo quindi affermare che, in tutti i monumenti religiosi del Sannio, ad esempio nei monasteri sulle cime delle montagne, sono incise “le testimonianze di un convincimento”, per il quale il rapporto con il sacro è “una relazione cercata”, la quale passa attraverso la ricerca del senso della vita. Pertanto, lungo le vie aggrovigliate della storia sannita s’intravede “un nuovo tragitto per il nostro cammino”, perché i nostri pensieri suscitati dalla Parola di Dio si possono trasformare pian piano in nuove e autentiche esperienze personali e comunitarie, finalmente rese possibili. Le testimonianze del passato si fanno perciò sentire, perché il Bene fondante dell’esistenza è immenso. I testimoni del nostro passato ci sollecitano ancor oggi e sempre a un atteggiamento di fiducia e di accoglienza, che ci spinga a ritornare a una forma di vita autentica, nutrendoci della fede in Dio. Dunque, il Sannio ha ora bisogno di testimoni! Di testimonianze vere, che nascano e che si sviluppino dalla meditazione del Vangelo, in quanto rifiutano di farsi vanificare dai metodi del compromesso, difendendo in ogni luogo la dignità della persona umana: «Io non sono una cosa! Sono uguale agli altri uomini, sono una persona: vale a dire un soggetto di diritti inviolabili e di doveri indeclinabili dal mio concepimento sino alla mia morte».

di Gianluca Martone