Fukushima cinque anni dopo: qual è la situazione?

L’11 Marzo 2011, alle ore 14:46 locali, un sisma di magnitudo 9 con epicentro in mare aperto e conseguente tsunami (il cosiddetto “terremoto della regione di Tōhoku e dell’Oceano Pacifico”) devasta le coste del Giappone con onde alte fino a 40 metri. Quasi 16mila persone perdono la vita. Duemila sono i dispersi.

Tale evento, tra i più potenti mai misurati, causa lo spegnimento automatico di undici centrali nucleari in Giappone danneggiando pesantemente quella di Fukushima Dai-ichi: in tre reattori dell’impianto si verifica la fusione del nocciolo. L’incidente viene classificato, dopo più di un mese e a seguito di importanti rilasci radioattivi, al livello 7 della scala INES (“catastrofico”), fino allora raggiunto solo da Černobyl’: surreale la gestione della vicenda da parte della TEPCO, società a cui appartiene l’impianto, che si dimostra inaffidabile e che fa di tutto per minimizzare l’accaduto.

Ancora oggi non è chiaro cosa abbia causato l’incidente: probabilmente il maremoto, mettendo fuori uso i sistemi di raffreddamento della centrale, ha causato esplosioni chimiche e il meltdown con accumulo di materiale radioattivo nei recipienti: neanche i robot comandati a distanza resistono alle radiazioni del reattore, occorrono nuovi sistemi per condurre un’analisi.

La cosa certa è che il disastro del Giappone ha ripercussioni su tutto il pianeta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma che le radiazioni di Fukushima sono entrate nella catena alimentare in maniera più grave di quanto si potesse immaginare: si pensava, infatti, che l’incidente sortisse effetti in un raggio di 20-30 chilometri. In realtà nell’Oceano Pacifico si riversano continuamente iodio, cesio e cobalto: i livelli di radioattività in alcune parti del mare superano di 4400 volte i limiti ammessi.

Il danno più grave prodotto da Fukushima è di natura sotterranea: per prevenire il surriscaldamento dei noccioli e delle piscine di stoccaggio è necessaria, infatti, la continua immissione di acqua di raffreddamento che va a finire nelle crepe del sottosuolo. Impossibile stabilire il percorso seguito dalla massa liquida: una gran parte va a finire in mare e una parte nell’entroterra attraverso le falde freatiche. Si pensa di porre un freno alle infiltrazioni “ghiacciando” un chilometro e mezzo di terra sotto la centrale generando uno strato impermeabile.

Per Greenpeace saranno necessari secoli perchè gli effetti sulla natura e sull’uomo si azzerino: alcuni studi evidenziano mutazioni nei tronchi degli alberi e radioattività nei fiumi che attraversano la provincia di Fukushima. Il Governo giapponese continua a propinare la favola che tutto sia tornato normale ma delle 160mila persone che hanno abbandonato la propria abitazione a causa dell’incidente, 100mila vivono ancora in condizioni precarie e si sta rivelando difficilissima la bonifica di 20 milioni di metri cubi di suolo contaminato (che non si muoveranno da Fukushima) costata già 150 miliardi di dollari.

Il materiale contaminato già rimosso ha rovinato il paesaggio di Tōhoku: 2 milioni e 200mila sacchi di suolo radioattivo sono stati depositati lungo le colline del villaggio di Iitate. Ben 8 sindaci su 11 delle cittadine attorno alla fascia di evacuazione si dicono contrari al rientro stabilito dalle autorità: secondo gli ex residenti di Iitate, il governo giapponese altera volutamente le informazioni sui livelli di radioattività. Nella centrale, inoltre, sono immagazzinate 1000 cisterne contenenti 600mila tonnellate di acqua radioattiva: non si conosce la destinazione finale del volume accumulato in 5 anni.

Il disastro di Fukushima ha ridestato la coscienza ecologica di tante persone e ha dimostrato che per quanto i criteri di sicurezza possano essere elevati e le centrali di nuova generazione ritenersi sicure il rischio “zero” non esiste: un errore umano come quello di Černobyl’ o un evento catastrofico naturale possono alterare per millenni l’equilibrio del pianeta. Come tutti ricorderanno, un referendum abrogativo tenutosi il 12 e il 13 Giugno 2011 in Italia sulla produzione di energia nucleare ha dato un esito confortante: quasi il 95% degli italiani non vuole centrali sul territorio nazionale (in Campania appena il 3% è a favore).

Oggi abbiamo più consapevolezza dei pericoli dell’inquinamento, ma pur sapendo che è un problema gravissimo e quali conseguenze provoca ci sfugge ancora l’esatta percezione della stesso altrimenti insisteremmo con maggiore forza per l’adozione del principio di precauzione e l’attestazione del nesso di causalità.

E’ opinione condivisa tra i biologi che l’incidenza di tante malattie sia aumentata notevolmente per colpa di Černobyl’ per il quale paghiamo e pagheremo ancora le conseguenze per un periodo indefinito di tempo: a quel disastro si aggiungono la deforestazione, le emissioni inquinanti di Co2 e Fukushima. E’ ormai chiaro che il pianeta è giunto al punto di non ritorno: adottare un percorso di decrescita felice e politiche green volte all’impiego di energie pulite e rinnovabili è necessario fin da ora, a ribardirlo è stato anche Papa Francesco con l’enciclica “Laudato Si'”. Ritrovare l’armonia con il pianeta e con il creato anche attraverso un cammino spirituale è fondamentale: dal rispetto della natura e dal rispetto di noi stessi transita il nostro futuro.

di Francesco Servino