L’ex magistrato Giuseppe Ayala a Benevento

Presso l’Aula Magna dell’Università Telematica “Giustino Fortunato” di Benevento, si è tenuto un interessante incontro-dibattito con il giudice Giuseppe Ayala, il quale è stato negli anni ’80 uno dei più stretti collaboratori dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i magistrati uccisi in due cruenti attentati da parte della mafia, rispettivamente il 23 Maggio 1992 e il 19 Luglio 1992.

Nel corso del suo intervento, che si è svolto alla presenza di numerosi studenti universitari, il giudice siciliano, autore del libro “Troppe coincidenze. Mafia, politica, apparati deviati, giustizia: relazioni pericolose e occasioni perdute“, ha ripercorso in modo accurato e con dovizia di particolari quegli anni in cui lo Stato ha impegnato le sue forze migliori nel combattere la mafia, soprattutto attraverso il maxiprocesso di Palermo, che ha rappresentato un evento storico e di grande importanza in questo difficile percorso.

Il pool antimafia nacque intorno agli anni ’80” – ha ricordato il magistrato di Caltanissetta – “Vorrei innanzitutto sottolineare che i percorsi dell’antimafia li determina principalmente la stessa mafia e, sino a quel momento, Cosa Nostra aveva preferito nascondersi, facendo credere che non esisteva. Alla fine degli anni ’70, lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia iniziò a parlare di mafia, presentando le numerose problematiche legate a questo fenomeno criminale. Sempre in quel periodo, per motivi connessi alla stessa organizzazione criminale, la mafia mutò improvvisamente strategia, iniziando ad uccidere diversi esponenti delle forze dell’ordine e della magistratura. Nell’arco di pochi anni, furono uccisi il commissario Boris Giuliano, l’Onorevole Piersanti Mattarella, il Procuratore della Repubblica Gaetano Costa e, nel Settembre del 1982, fu assassinato anche il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa insieme a sua moglie“.

Dopo quegli efferati crimini, agli inizi degli anni ’80, sorse il famoso pool antimafia, costituito da giudici capaci e motivati nell’intraprendere la lotta contro la criminalità organizzata.

In seguito a quegli omicidi, fu formato il cosiddetto “pool antimafia”, costituito dal consigliere Rocco Chinnici, dal sottoscritto, da Giovanni Falcone, da Paolo Borsellino e dai giudici Guarnotta e Di Nello” – ha aggiunto Ayala – “il merito maggiore del pool fu quello di cambiare completamente la strategia nel combattere la mafia, in particolare cercando di collegare i vari fascicoli delle inchieste, conferendo ai crimini malavitosi una certa unicità. Nel 1983, fu assassinato barbaramente il magistrato Chinnici e, poche settimane dopo, il giudice Antonio Caponnetto prese il suo posto. In seguito, grazie alla collaborazione di Tommaso Buscetta, fu istruito il famoso maxiprocesso, nel quale furono comminate sanzioni durissime nei riguardi di 475 mafiosi, rei di aver commesso reati sia contro la persona che contro il patrimonio. Fu un colpo durissimo per Cosa Nostra“.

Dopo quello straordinario successo, mai raggiunto in passato nella lotta contro la mafia, lo Stato fece un inspiegabile passo indietro, che mise fine all’importante esperienza del pool antimafia.

Al termine del maxiprocesso, Antonio Caponnetto si dimise dalla guida del pool antimafia per problemi di salute” – ha ricordato Ayala – “si riteneva che Giovanni Falcone fosse l’unico giudice in grado di sostituirlo in questo delicato compito. Invece, fu nominato Meli al posto di Caponnetto per motivi di età, il quale mise fine all’esperienza eccezionale del pool, che aveva ottenuto risultati lusinghieri in quegli anni. Nel 1989, si verificò il fallito attentato dell’Addaura al giudice Falcone, in seguito al quale Giovanni rilasciò una significa intervista alla “Stampa”, affermando che vi erano centri occulti di potere e menti raffinatissime dietro questo atto criminoso“.

Giungiamo infine agli anni ’90, contrassegnati dalle efferate stragi di Capaci e di Via D’Amelio, che hanno contrassegnato la storia del nostro Paese.

L’1 Marzo 1991, il giudice Falcone iniziò la sua attività al Ministero della Giustizia, affiancando l’allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli. Nel Gennaio del 1992, ci fu la sentenza in Cassazione del maxiprocesso, che confermava tutte le condanne comminate in primo grado. In tarda serata, ricevetti una telefonata di Falcone, il quale mi disse: “Giuseppe, abbiamo vinto. Ora può succedere di tutto”. Infatti, due mesi dopo, fu ucciso l’Onorevole Lima, colpevole di non avere mantenuto l’impegno nei riguardi di Cosa Nostra di modificare in Cassazione quelle pesanti sanzioni e, il 23 Maggio di quello stesso anno, ci fu la strage di Capaci, nella quale morirono il giudice Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e diversi uomini della sua scorta. Quell’efferato crimine produsse anche importanti risvolti di natura politica, impedendo all’Onorevole Andreotti di salire al Quirinale. Dopo soli due mesi da quella strage, se ne verificò un’altra, il 19 Luglio 1992, nella quale morirono il giudice Borsellino e diversi uomini della sua scorta“.

A distanza di oltre venti anni da questi gravissimi episodi criminosi, cosa lasciano i giudici Falcone e Borsellino nei cuori delle nuove generazioni? Che momento sta attraversando la Mafia?

Innanzitutto, ci tengo a rimarcare che i giudici Falcone e Borsellino non sono due eroi, ma due soggetti dotati di un’eccezionale umanità, aspetto quest’ultimo legato ad una grande passione per il loro lavoro” – ha concluso in questo modo il giudice siciliano – “sono stati quindi due martiri dello Stato, i quali hanno cercato di trasmettere agli Italiani, in particolare ai giovani, il rispetto per la legalità e per la giustizia, valori purtroppo molto rari nel nostro Paese. Attualmente, ritengo che sia un errore pensare che la Mafia sia stata eliminata. Indubbiamente, non sta vivendo un momento felice, soprattutto con i recenti arresti,in particolare del boss Bernardo Provenzano dopo ben 42 anni di latitanza. Guai però a considerarla per morta. Sono comunque convinto che i rapporti tra mafia e politica continuano ad essere evidenti, cosi come tra la politica e la burocrazia. Sarebbe necessario pertanto agire in via preventiva, per evitare il diffondersi di gravi accadimenti, come quelli legati all’Expo. Attraverso queste iniziative, si mira a sensibilizzare le nuove generazioni al rispetto dei valori veri e genuini di una pacifica convivenza sociale, facendo memoria del sacrificio e della testimonianza di persone straordinarie come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino“.

di Gianluca Martone