Ercolano, fusti tossici sotto i pomodorini del piennolo

Trenta fusti contenenti “materiale bituminoso ed idrocarburi” sono stati rinvenuti ieri in un’area di cava dismessa alla periferia di Ercolano all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio. Il terreno nel quale sono stati rinvenuti era adibito alla coltivazione del pomodorino del piennolo, un’eccellenza alimentare del territorio che si fregia della denominazione di origine protetta (DOP).

Le piantine e le bacche di pomodoro sono state inviate in laboratorio per essere analizzate dall’Arpac, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente Campania. In via precauzionale, l’intera area è stata sequestrata e la commercializzazione del pomodorino proveniente dalla coltivazione è stata interdetta: l’intervento del Corpo Forestale dello Stato e del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri ha impedito che i prodotti incriminati finissero sulle tavole dei cittadini.

I fusti rinvenuti nel terreno sono di tipo industriale, della capacità di 200 litri cadauno, e conterrebbero rifiuti speciali pericolosi di natura catramosa ed oli esausti soggetti a caratterizzazione fisico-chimica da parte dell’ARPAC. Oltre ai fusti sono stati trovati scarti edili, parti di manto stradale e amianto frantumato, ad una profondità che varia dai 30 centimetri agli 1,5 metri.

La scoperta è avvenuta grazie alla confessione di un uomo, un anziano contadino della frazione di San Vito, resa al parroco Don Marco Ricci di Ercolano: l’uomo, tanti anni fa, avrebbe visto camion pieni di rifiuti arrancare sulla salita di via della Barcaiola a Ercolano e conosceva il posto dove sono stati sepolti i fusti, nel campo coltivato nei pressi della “grande discarica” (l’Ammendola-Formisano).

Una frazione maledetta quella di San Vito, circondata dai veleni e dove due famiglie su tre annoverano un malato grave per malattie molto probabilmente connesse all’inquinamento, ma dove per fortuna è attiva un’associazione, Gruppo Ambiente Vesuvio, animata da Don Ricci, vigile sulle problematiche. La “caccia al bidone” è partita qualche mese fa ed è condotta dal personale del Corpo Forestale dello Stato, coordinato dal generale Sergio Costa e sul campo da Angelo Marciano: rientra nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso denominata “sangue nero“.

Nei pressi dell’area coltivata erano già stati rinvenuti cinquanta fusti sepolti, amianto, pneumatici, bidoni contenenti solventi e altri veleni. Poi l’attenzione si è spostata sui filari di pomodori: ciò che è emerso fa rabbridire, fusti logori, arrugginiti, dai quali esce fuori un velenoso liquido nero corrosivo che ha costretto una giovane biologa dell’Arpac, Teresa De Maio, a “cambiare i guanti tre volte”. E l’odore emanato dai rifiuti, nonostante le mascherine, era tale da far lacrimare gli occhi. Tutto questo al di sotto di pomodori destinate alle tavole di ignari consumatori, convinti di acquistare un prodotto di qualità. Il mese scorso, in un appezzamento di terreno accanto al campo, la Forestale ha dissotterrato un fusto con la scritta “Montedison”, il colosso industriale italiano con sede in provincia di Pisa attivo prevalentemente nel settore della chimica.

I pomodori sono buoni” si è affrettato a dichiarare Giovanni Marino, presidente del Consorzio di Tutela del Pomodorino del Piennolo del Vesuvio Dop: “le analisi fatte su quei pomodori (e sul terreno di coltivazione, ndr) sono buone, le bacche non contengono inquinanti. Le analisi sono state effettuate dall’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno che ha sede a Portici. I nostri prodotti sono buoni e temiamo che si scateni un allarmismo ingiustificato su questa vicenda“. Le analisi a cui si riferisce Marino sono state effettuate su iniziativa del produttore circa un mese fa, al rinvenimento di altri fusti, ma bisogna attendere le analisi degli inquirenti per fare una comparazione. Saranno pure buone le analisi, ma viene da chiedersi quali controlli vengano effettuati sulla filiera e come sia possibile coltivare dei pomodori “DOP” su discariche di rifiuti tossici: quali garanzie di tutela e di qualità vengono date ai cittadini? Una parte di Ercolano è zona di veleni e di morte: ora, il buon senso suggerirebbe e c’entra poco la “criminalizzazione” di un prodotto, di interdire intere aree alla coltivazione.

di Francesco Servino