Coppa Italia, il calcio italiano è sempre più malato

I giornali esteri l’hanno definita “la Coppa della Vergogna”, la Coppa Italia assegnata al Napoli ieri sera che ha battuto per 3 a 1, al di là di tutte le polemiche, meritatemente sul campo la Fiorentina.

Vergogna perchè quello a cui abbiamo assistito ieri è l’ennesima conferma che il calcio in Italia è malato. Un calcio nel quale le società sono obbligate a stringere accordi con le frange violente del tifo che spesso, molto spesso, arrivano a condizionare le gare. Un calcio in cui a dettare legge sono personaggi molto spesso legati al mondo della malavita organizzata. Un calcio in cui a pagare le spese della violenza sono degli incolpevoli tifosi.

Un calcio “sempre più malato” perchè ieri, forse per la prima volta, come sottolineato anche da Diego Parente, dirigente della Digos di Roma, le pistole sono entrate nella tifoseria. E già perchè tra coltelli, spranghe, molotov e sassate non ne avevamo avuto abbastanza. Dieci feriti negli scontri prima della partita, uno di questi in maniera grave, avvenuti tra le tifoserie ultras di Roma e Napoli.

Da sottolineare il ruolo vergognoso di chi ha dovuto gestire la situazione, laddove a casa trapelavano notizie poco chiare dal servizio pubblico televisivo: un “agguato” di matrice forse criminale che nulla aveva a che spartire con il calcio e con il mondo ultras. Un tifoso che sarebbe finito incautamente in una zona a rischio di Roma. Insomma ogni sorta di giustificazione pur di placare gli animi e assolvere il servizio d’ordine e l’organizzazione dell’evento. Per radio è anche peggio cercare di capire come sono andate le cose: qualcuno parla di infiltrazioni di tifosi veronesi e sampdoriani. Ci vuole un pò prima che trapeli un nome noto, quello di Daniele De Santis, tifoso romanista, conosciuto per reati da stadio e accusato nel frangente di ieri di tentato omicidio: De Santis avrebbe provocato un gruppo di tifosi napoletani portandosi in un circolo ricreativo in viale di Tor di Quinto, dove passavano gli autobus dei napoletani, e cominciando un lancio di artifizi pirotecnici. Inseguito dagli ultras partenopei, De Santis compie un gesto sconsiderato e folle: si arma di pistola – una Beretta 7.65 con matricola punzonata e abrasa – e esplode quattro colpi contro i tifosi avversari ferendone tre, uno in maniera grave alla colonna vertebrale. In seguito a questa pazzia, De Santis viene malmenato, procurandosi una frattura alla gamba e riportando un trauma contusivo alla testa (attualmente è anche lui ricoverato in ospedale).

Ciro Esposito, trentenne di Scampia, si trovava proprio in quella situazione: viene colpito e ridotto in fin di vita. Animato, secondo parenti e genitori, da una sincera passione per il calcio, non sembrerebbe legato ad alcuna frangia violenta del tifo: si è ripreso dal coma solo da poche ore ma è stato letteralmente resuscitato dai medici dopo ben tre arresti cardiaci subiti. Nello stadio, intanto, si consuma il teatrino più miserabile che è lo specchio dei vizi e del degrado della civiltà italica. Il capitano del Napoli, Marek Hamsik, va a “trattare” con Gennaro ‘A Carogna, capo della tifoseria ultras partenopea. Il soggetto in questione indossa una maglia con scritto “Speziale Libero”: Antonino Speziale è l’assassino di Massimo Raciti, ispettore capo della Polizia di Stato di Catania, condannato in via definitiva a 8 anni di reclusione per omicidio preterintezionale.

Sotto gli sguardi attoniti e inebetiti del presidente del Senato e del Presidente del Consiglio continua ad andare in scena la farsa: le Istituzioni fingono di non vedere, la criminalità decide. Piovono petardi e fumogeni, un vigile del Fuoco rimane stordito. Gli steward non possono niente: ci pensa Genny ‘a Carogna a riportare la calma. Si gioca.

Il Napoli vince e porta a casa la coppa, ma l’atmosfera che si respira è talmente surreale che sono in molti a non provare gioia e, anzi, appare quasi patetica l’invasione del campo finale da parte dei tifosi dopo il comportamento che avevano tenuto in curva, ovvero dopo aver “scioperato” e non aver sostenuto la propria squadra fino quasi al termine della partita. Certo non è l’Heysel, lì qualcuno festeggiò e andò avanti con la partita nonostante i morti e i feriti portando a casa una vera Coppa della Vergogna: qui la vergogna è ascrivibile in generale al sistema calcio italiano.

Subito viene montato il baraccone televisivo: la domenica pomeriggio una nota trasmissione pomeridiona manda in onda un’intervista alla moglie di Raciti, Marisa Grasso, che si dice amareggiata, delusa, affranta ed è ben comprensibile la motivazione: mentre lei ancora reclama giustizia per suo marito o il ben minimo riconoscimento per la sua morte, che sia pure un contentino quale l’intitolazione di una strada o un monito imperituro quale l’intitolazione dello stadio del Catania, deve assistere a una scena indecorosa, ovvero lo stesso Stato che l’ha ignorata scendere a patti con un tizio che offende la memoria di suo marito con una t-shirt che invoca la libertà per il suo assassino.

Un patto “metaforico”, sembra, in quanto come specificato dal questore di Roma Massimo Maria Mazza e dal direttore dell’Ufficio Ordine Pubblico del Dipartimento di Pubblica Sicurezza Armando Forgione, non sono stati i tifosi a decidere se giocare o meno la partita: fatto sta che i 45 minuti di ritardo con cui la sfida si è aperta sono stati richiesti dalla SSC Napoli per far riscaldare i giocatori perchè le autorità hanno ritenuto opportuno, onde evitare ulteriori incidenti, far colloquiare Marek Hamsik con Genny a’ Carogna.

E poi l’ignoranza abissale – e qui poca c’entra il vittimismo territoriale che pure, in molti casi, è divenuta una costante piuttosto antipatica del popolo napoletano – di chi coglie l’occasione per gettare fango su tutta la tifoseria partenopea, dimenticando che è composta da milioni di individui che non si comportano alla stessa maniera dei violenti e che hanno subito l’ennesimo torto. Una volta per tutta bisogna avere il coraggio di valicare il muro dell’ipocrisia: non si tratta di parlare male di Napoli, “del” Napoli e dei napoletani: in uno scontro tra tifosi del Napoli e della Roma non si può fare salvo nessuno, nè da una parte nè dell’altra (a parte gli innocenti che ci vanno di mezzo). Tiriamo piuttosto sul banco degli imputati le società di calcio, SSC Napoli compresa, che non possono lavarsi le mani con un generico “dedichiamo la vittoria al ragazzo ferito”, e la Federazione Italiana Giuoco Calcio: devono impegnarsi a dare una nuova direzione a questo sport, rompere il sodalizio che dura da anni con le tifoserie violente. Togliere gli stadi dalle mani degli ultras, dai loro ricatti, dalle loro pretese e restituirlo alle famiglie. Perchè lo sport deve insegnare dei valori che non siano più il mercimonio e la violenza: il calcio deve rivolgersi ai bambini e ai veri appassionati. Certo non si avrà più la garanzia di quanti seguono le partite del Napoli in trasferta, ma è poca roba in confronto a quella vasta componente della tifoseria che preferisce, oggi come oggi, restare a casa a guardare le partite alla televisione piuttosto che correre il rischio di recarsi allo stadio e di trovarsi – perchè è questo che può capitare – con una pistollettata o una coltellata fortuita. E non venga assolta nemmeno la città di Roma: non non si è dimostrata adeguata, dal punto di vista dell’organizzazione e dell’ordine pubblico, a gestire un evento come una finale di calcio di Coppa Italia. E’ un dato di fatto: non si capisce come sia stata data la possibilità a dei tifosi violenti romanisti, giunti appositamente per provocare gli scontri, di avvicinarsi senza alcuna ordinanza preventiva e di consentire che i gruppi ultras venissero a contatto.

Sarà fatta una volta per tutte giustizia? Si interverrà su questo calcio malato? Probabilmente no, in Italia è divenuto più comodo dimenticare: ci si indigna per un pò, poi salta fuori qualcos’altro per il quale indignarsi e finisce tutto nel dimenticatoio. D’altronde avevamo già dimenticato le immagini del derby farsa tra Nocerina e Salernitana, le quindici ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Procura di Nocera (erano sedici, ma uno degli indagati è stato ucciso pochi giorni dopo in un agguato). Avevamo dimenticato Filippo Raciti prima che una “carogna” qualsiasi indossasse una maglietta che ce lo facesse ricordare. Questa è l’Italia e se il calcio non chiude è solo per la sconfinata passione di quasi un popolo intero e di tante persone che ce le mettono tutta per isolare i violenti e vivere con genuinità la propria fede calcistica: purtroppo è un’ardua impresa, e come dice il testo di una nota canzone “l’orgoglio ‘e chesta gènte se murtifica ogni juórno pe’ ‘na manica ‘e fetiénte”.

di Francesco Servino