Cesaro indagato per camorra

Il presidente della provincia di Napoli, Luigi Cesaro, è finito sotto indagine per i rapporti intrattenuti con la camorra di Casal di Principe per un affare immobiliare da 50 milioni di euro relativo al Piano degli investimenti Produttivi (Pip) di Lusciano, un piccolo comune casertano. Le importanti rivelazioni sarebbero trapelate dall’interrogatorio dell’avvocato penalista Michele Santoanastaso, accusato di associazione camorristica e detenuto in regime di 41 bis da 10 mesi. Santoanastaso, difensore di Francesco Bidognetti, era già noto per le intimidazioni lanciate in aula, per conto del suo assistito, al pubblico ministero Raffaele Cantone, allo scrittore Roberto Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione. L’avvocato di “Cicciotto ‘e Mezanotte”, boss legato al traffico illecito di rifiuti, parla in particolare del processo di pentimento di Luigi Guida, detto “’O ‘Ndrink”, camorrista della Sanità divenuto reggente del clan Bidognetti dopo il suo arresto nel 1993. ll verbale dell’interrogatorio di Santonastaso porta la data del 25 marzo 2011 ed è stato depositato in forma integrale nel processo a un altro legale dei Bidognetti, Carmine D’Aniello, arrestato l’anno scorso per associazione camorristica. Santoanastaso, citato dalla difesa di D’Aniello, sarà ascoltato oggi sul pentimento di Guida: stando alle parole dell’avvocato, Guida parlò della vicenda del Pip di Lusciano, degli interessi della famiglia Cesaro nell’affare immobiliare, delle manovre dei casalesi di Schiavone (che regnava in un sorta di diarchia con Bidognetti) e dell’ingerenza di alcuni politici. Un affare nel quale intervenne Cesaro, che offrì a Guida, incaricato di realizzare i lavori del Pip, una percentuale maggiore rispetto a quella presentata dall’imprenditore Ermini. “Per il momento non ho ricevuto alcun avviso di garanzia” assicura il presidente della provincia di Napoli: “Non conosco nè questo presunto avvocato dei boss Michele Santonastaso nè tanto meno il pentito Luigi Guida. Inoltre mancherebbe il corpo del reato, perchè nè io nè alcun componente della mia famiglia abbiamo portato a termine alcun affare da 50 milioni di euro su terreni resi edificabili a Lusciano, nè ovviamente avremmo conseguentemente pagato alcuna tangente al clan Bidognetti, di cui diffido chiunque a fare accostamenti con la mia persona”. Cesaro, più volte al centro delle polemiche per una gestione della spazzatura ritenuta inefficiente, nel 2008 era già finito nell’occhio del ciclone per le dichiarazioni del pentito Gaetano Vassallo che, in un processo sullo scandalo rifiuti, lo accusò di essere “un fiduciario dei Bidognetti”, menzionando proprio l’affare Lusciano: Vassallo parlava di una mazzetta che Cesaro doveva versare ai clan per dei lavori da compiere nell’impianto “Texas” di Aversa, e delle spartizioni degli utili derivanti dai capannoni che la sua ditta, sponsorizzata da Bidognetti, doveva far costruire a Lusciano. Nel 1984, Cesaro fu arrestato e poi condannato in primo grado a 5 anni di reclusione per i rapporti intrattenuti con la camorra vesuviana di Raffaele Cutolo. Nel 1986 venne però assolto, anche se i giudici si dissero preoccupati per la mole di prove a suo carico. Ci pensò il giudice “ammazza sentenze” Corrado Carnevale a cancellare in Cassazione tutte le accuse rivolte a Cesaro, che venne assolto “per non aver commesso il fatto”. Nel 1991 furono accertate sue responsabilità nello scioglimento del comune di Sant’Antimo, dove era assessore al bilancio, per infiltrazioni camorristiche: la magistratura, sul suo conto, dichiarava: “E’ solito associarsi a pregiudicati di spicco della malavita organizzata”.

di Francesco Servino