Cava Ranieri a Terzigno: storia di un patrimonio negato

Cava Ranieri in località Boccia Al Mauro a Terzigno è un’area di circa 500mila metri quadrati che nell’antichità faceva parte del suburbio pompeiano. Reperti archeologici rinvenuti in modo casuale nel 1981 e con qualche scavo mirato successivamente hanno evidenziato che il sito, con le sue ville sepolte dall’eruzione del 79 d.C., era abitato fin dal II secolo a.C..

La Cava si trova a 6 Km a Nord di Pompei e ricade interamente nel Parco Nazionale del Vesuvio: è riserva Man & Biosphere (MAB) Unesco dal 1997, ciò vuol dire che è un’area in cui attraverso un’appropriata gestione del territorio si dovrebbe associare la conservazione dell’ecosistema e la sua biodiversità con l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali a beneficio delle comunità locali (con attività di ricerca, controllo, educazione e formazione).

Negli anni 2000 un simile patrimonio naturale, geologico e archeologico è stato adibito a discarica ma c’è motivo di supporre che gli sversamenti al suo interno risalgano agli inizi degli anni ’80: il parroco terzignese don Giuseppe Bifulco, infatti, nella pubblicazione “Terzigno in un contesto geografico e politico della storia”, commentando un ritrovamento archeologico avvenuto nel 1981 nella cava scriveva che “essa è oggetto di uno scarico abusivo di immondizie e materiali di risulta proprio nel settore dove si è rinvenuto il quartiere rustico della villa romana, il cui scavo sistematico è alquanto problematico. Il fetore è insopportabile. I tecnici dell’ufficio scavi di Pompei che hanno lavorato nella cava si sono trovati di fronte a questo grave inconveniente senza avere i mezzi per poterlo risolvere“.

Cava Ranieri è insomma una discarica con annesso parco archeologico, caso forse unico al mondo: la porzione che accoglie i rifiuti, per il collasso della guaina impermeabile che li ricopre, si è trasformata col tempo in un invaso che raccoglie l’acqua piovana, una sorta di lago malsano. Inoltre, sia all’interno della cava che nei suoi dintorni, vengono sversati dalla criminalità scarti tessili a cui sistematicamente viene dato fuoco.

Per comprendere meglio l’importanza dei rinvenimenti nella cava, la sua unicità e alcune specifiche del cosiddetto ager pompeianus (di cui Terzigno faceva parte), c’è da dire che l’attuale conformazione del territorio non corrisponde a quella antica giacchè il succedersi delle eruzioni vesuviane con le colate di lava ha profondamente alterato la morfologia dei luoghi.

Lo studio delle sequenze stratigrafiche ben affioranti in due cave di Terzigno, quella in località Pozzelle e quella in località Boccia al Mauro, ha reso possibile ricostruzione paleomorfologica dei due siti.

Nella cava di Boccia al Mauro il record stratigrafico comincia con depositi di flow e surge dell’eruzione pliniana di Mercato di 7900 anni b.p. ed è chiuso dalla colata “Caposecchi” del 1834 che poggia su una lava di datazione incerta (1701 o 1817). Il livello dei depositi vulcanici del 79 d.C. risulta molto più basso rispetto all’attuale piano di campagna: in Cava Ranieri è di poco più di un metro e giace sotto 20 metri di depositi stratificati dalle successive eruzioni (a “Pozzelle” lo spessore dei depositi dell’eruzione del 79 d.C. è di 20 metri e di circa 30 metri più basso rispetto all’attuale piano di campagna).

La cava di Pozzelle conserva invece la registrazione quasi completa dell’attività esplosiva del Vesuvio da 4000 anni a questa parte. I depositi messi a nudo dagli scavi iniziano con la grande eruzione di Avellino, datata 3800 anni b.p. arrivando fino alle recenti eruzioni del 1906 e del 1944 con due eventi effusivi, uno intorno all’anno 1000, l’altro del 1764 (la cosiddetta lava del Mauro).

Data la peculiarità dell’interro risulta chiara l’enorme difficoltà di individuare e portare alla luce manufatti archeologici nel territorio di Terzigno: essi sono stati evidenziati solo nell’ambito del lavoro delle cave, finalizzato ad estrarre materiale vulcanico fino a notevoli profondità.

Le ville rustiche scoperte in cava Ranieri e in località Mauro Vecchio hanno dimostrato la presenza di contadini e proprietari terrieri nella zona dediti allo sfruttamento del territorio vesuviano, dove venivano coltivate viti e ulivi.

Le ville rinvenute, di impianto tardo-repubblicano (II-I sec. a.C.), sono state scavate solo parzialmente a una profondità di 20 metri dal piano di campagna e sono state denominate “Villa 1“, “Villa 2” e “Villa 6“. Si tratta di vere e proprie aziende vinicole sulle terrazze naturali alle pendici del Vesuvio dove si produceva il “vesuvinum vinum” (nome attestato da tre anfore di Pompei ed una di Cartagine), allineate su un asse Sud-Nord che lascia supporre la distribuzione lungo una strada che andava da Pompei a Nola del cui percorso non sono ancora chiare le tracce.

Dalla “Villa 1”, scavata tra 1981 e il 1983 dalla dottoressa Elena Maria Menotti, è emersa una grande cella vinaria con quarantadue dolia, sopraelevata rispetto al piano di campagna e accessibile mediante tre gradini. Su due lati della cella sono disposti gli ambienti di servizio, in opera incerta di calcare del Sarno, pietra lavica e tufo nocerino. A nord della cella è stato esplorato un portico con colonne in tufo e laterizi, parzialmente inglobate in un muro successivo; a est un ambiente adibito a deposito di foraggio che si apre su un’aia pavimentata in cocciopesto. La villa, probabilmente, aveva un quartiere residenziale particolarmente elegante. Il primo impianto risale alla fine del I secolo a.C. e subì dei danni con il terremoto del 62 d.C., i cui effetti particolarmente distruttivi a Terzigno richiesero restauri ancora in corso al momento della tragica eruzione del 79 d.C..

Della “Villa 2”, scavata nel 1984, 1989, nel 1991 nell’ambito di un progetto di utilità collettiva patrocinato dal Comune di Terzigno (al cui lavoro sul campo hanno partecipato giovani disoccupati dopo un corso di formazione) e nel 1992, è stato messo in luce il quartiere rustico e produttivo che denota lavori di ristrutturazione in corso. Tra gli ambienti è stato possibile riconoscere una cucina con focolare centrale e un forno. Nella cella vinaria, accessibile dal corridoio tramite due gradini, sono presenti ventiquattro dolia interrati fino alla spalla (dolia defossa): la cella ne conteneva presumibilmente il doppio, la riduzione dell’originaria estensione, dovuta a uno smottamento del terreno, è imputabile al terremoto del 62 d.C.. L’impianto sfruttava i rilievi naturali del terreno creando dislivelli nelle strutture che consentivano il deflusso dell’acqua in canaletti di raccolta verso due cisterne. Nell’ambiente aperto sul porticato, di non chiara destinazione, sono stati rinvenuti, insieme a due scheletri di cani, gli scheletri di cinque persone che portavano con sè alcuni beni preziosi: monili d’oro, argenterie e un gruzzolo di monete d’argento repubblicane e imperiali.

La Villa 2 di Terzigno è citata nel Manuale di Epigrafia Latina di Cambridge in cui si legge che “ventuno dolia” in linee parallele sono stati trovati nella cella vinaria ed erano utilizzati da molto tempo considerati i segni di riparazione su di essi. Siccome non tutti hanno lo stesso volume, la loro capienza è stata disegnata sulla spalla. L’altro uso delle iscrizione sui dolia riguarda l’impressione di un bollo nella fase di produzione, così come in altri prodotti di ceramica.

A 40 metri di distanza dalla Villa 2 un’insolita stratigrafia che mostrava in sezione molti elementi ossei ha messo in luce una tomba a cappuccina di bambino, costituita da due tegoloni disposti obliquamente sui lati lunghi. Lo scheletrino, privo di corredo, aveva la testa rivolta verso Nord-Est.

Della “Villa 6” sono stati messi in luce una grande aia e un portico a pilastri con adiacente torcularium fornito di torchio a leva (simile a quello presente nella Villa 2), una vasca rettangolare per la raccolta del mosto e un sistema di travaso di liquidi nei dolia di un adiacente vano adattato a cella vinaria. La villa era adibita anche alla produzione di olio. A Nord-Est della villa (all’ingresso del quartiere residenziale) sono stati rinvenuti gli scheletri di sette fuggiaschi, appartenenti con molta probabilità agli addetti ai lavori morti sotto il crollo delle macerie nel vano tentativo di fuga (la rozzezza nella tecnica del restauro adottata è segno della volontà di ripristinare in breve tempo e alla meglio sicuramente gli ambienti indispensabili per il funzionamento dell’azienda). Nel quartiere residenziale della Villa 6 sono state rinvenute delle belle pitture di II stile pompeiano ed emblema in opus sectile: le tegole della copertura presenta il bollo “L. EUMACHI” del noto L. Eumachius padre della sacerdos publica che fece costruire l’edificio che oggi porta il suo nome nel Foro di Pompei (le sue fabbriche producevano anche anfore per il commercio del vino vesuviano, bollate con lo stesso marchio).

Poichè lo scavo di tutti gli ambienti è stato approfondito fino al piano d’uso antico, è stata recuperata una grande quantità di materiali, soprattutto anfore, ceramica grezza e depurata, schiacciati dal crollo delle strutture, nonchè attrezzi agricoli.

Resta da chiarire il regime di proprietà di questi fondi, se la loro gestione era condotta dal proprietario o da un fattore e, in questo caso, che relazione economica intercorreva (se intercorreva) con le ville rustiche dotate di un ricco quartiere residenziale sparse nel suburbio pompeiano tra le quali la Villa della Pisanella o delle Argenterie di Boscoreale nonchè con le potenti famiglie pompeiane degli Holconii o dei Lassii, il cui mantenimento era garantito dai proventi della viticoltura. Dal numero di ambienti per la manodopera utilizzata si può dedurre che queste proprietà non rientrano nel modello tradizionale di produzione schiavistica ma basato su una gestione familiare con l’impiego di manovalanza in determinati periodi dell’anno.

Le oreficerie di Terzigno consistono in due armille serpentiformi di 70 gr. ciascuna, un girocollo d’oro con smeraldi, una catenina e una collana che non si discostano dalle produzioni attestate a Pompei e Ercolano. I bracciali sono a forma di serpente con la testa modellata molto accuratamente e la verga a sezione rotonda piena: spiccano particolarmente per la cura delle decorazioni geometriche e vegetali. Il girocollo si compone di trentotto vaghi di smeraldo cilindrici, tenuti insieme da fili d’oro passanti nei grani e terminanti in gancetti a forma di anellini. La catenina è costituita da maglie a lamina ripiegata a forma di 8 con pendente a crescente lunare. La collana consiste invece in ventidue coppie di foglioline lanceolate e settantotto vaghi cilindrici lisci.

Le argenterie di Terzigno richiamano anch’esse la tipologia vesuviana e assieme ai monili denotano la presenza di abitanti nel complesso al momento dell’eruzione e il loro alto livello sociale: sono pezzi di elegante e pregevole fattura. Si tratta di due coppe con la vasca a doppia parete, con quella esterna che reca una decorazione a sbalzo con amorini; una situla ornata da strigliature ad “S” con manico mobile decorato con motivi ornitomorfi e vegetali; un’anforetta con manici in bronzo; uno specchio con manico a forma di clava ornato all’innesto dalla leontè erculea; una maschera dionisiaca applicata al centro di una falera di bronzo.

Le ville rustiche di Cava Ranieri versano nel più completo degrado e abbandono da almeno dieci anni: il 20 Luglio 2006 la Soprintendenza Archeologica di Pompei rese noto l’esito di un bando di gara per lo scavo della Villa 6 ma la ditta aggiudicataria, per un importo di 317’500 euro, finita nei guai per il restauro del Teatro Grande di Pompei fece “perdere le proprie tracce”.

Sebbene Cava Ranieri sia sotto vincolo archeologico, si tratta di una proprietà privata non vigilata e al suo interno sono facili i furti e i raid vandalici. La Villa 6, con i suoi decori parietali, era certamente quella più esposta: per questo, nel 2011, ne è stato disposto l’interro dopo aver messo in luce il quartiere residenziale e aver staccato e riposto su appositi supporti lignei gli affreschi al suo interno. Gli affreschi e i frammenti di intonaci, raccolti in 44 cassette, sono stati trasportati presso l’Antiquarium di Boscoreale, dove sono conservati nel locale deposito archeologico: il loro valore assicurativo è di un milione di euro.

Nel 2013 il Ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi prende una decisione drastica sul futuro delle ville di Cava Ranieri: l’interramento, “nell’impossibilità di garantire la vigilanza necessaria a causa della mancanza di personale e nell’intento di salvaguardare gli importanti complessi archeologici in vista di un futuro programma di valorizzazione”. Anche la Villa 1, quindi, previo restauro dovuto al crollo delle strutture di copertura, avrebbe dovuto essere interrata ma allo stato attuale versa in condizioni disastrose.

Cava Ranieri balza all’attenzione nazionale più volte grazie ai servizi congiunti dei giornalisti di Terra e di Striscia la Notizia che si occupano del degrado e dell’abbandono del sito: incredibilmente nessun organo istituzionale si fa carico di questa patata bollente e, anzi, viene lasciata crollare completamente la copertura di Villa 1 già pericolante da tempo come denunciato dai comitati vesuviani.

Nel 2014 la testata “Il Giornale d’Italia”, attaccando con il “poco credibile” ministro della cultura Dario Franceschini, i cui annunci sulle tasse da pagare in opere d’arte risultano “suscettibili di comprensibile indignazione“, avanza un ardito paragone tra il vilipendio alla cultura di Terzigno e quello al Presidente della Repubblica nell’ambito della vicenda Storace-Napolitano: la problematica di Cava Ranieri diviene, insomma, motivo di bagarre.

Necessaria per il recupero della cava e la sua trasformazione in parco archeologico è un’importante opera di bonifica che consenta ai visitatori di potervi accedere in sicurezza. Bonifica che va attuata all’interno e in tutte le aree a ridosso della cava dove, negli anni, è stato scaricato abusivamente di tutto. Cava Ranieri è l’esempio più lampante di cosa comporta una cattiva gestione del territorio che ha lasciato che un’area unica nel suo genere al mondo venisse devastata dai rifiuti e in cui gli scempi sono ancora oggi all’ordine del giorno.

Su Cava Ranieri è attiva una petizione online: https://goo.gl/xdmHcz.

di Francesco Servino

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