Dossier Vesuvio: Boscotrecase, il Parco stuprato

Nel giorno dei morti mi concedo una passeggiata nel Parco Nazionale del Vesuvio, zona “Ciaramelle” a Boscotrecase, chiamata così perchè il vento che muove i rami dei pini produce un rumore molto simile a quello dello strumento suonato in accoppiata con la zampogna. Da un pò di tempo non facevo un’escursione in pineta, eccezion fatta per la visita ispettiva a cava Sari: pare che il contatto con la natura, per me, si debba tradurre sempre in un contatto con la munnezza, in incontri ravvicinati, dei quali farei a meno, con lastre di eternit e altri tipi di materiali tossici e pericolosi.

Nel giorno dei morti realizzo che pure il Parco, effettivamente, è una cosa morta e una zona “di morte”, un’idea che non ha preso forma sepolta tra i rifiuti di Stato e l’ignoranza degli incivili, l’indifferenza delle istituzioni e l’agire indisturbato della criminalità organizzata.

E’ una zona maledetta quella a Boscotrecase, come altre ce ne sono nel Parco del Vesuvio, una discarica dai contorni indefinibili, perchè occultati dalla vegetazione, che si estende dagli alberi a una radura in cui sono presenti in gran quantità amianto frantumato, scarti edili, fusti tossici, copertoni e Dio sa cos’altro. All’odore fresco dei pini si alterna la puzza di materiali pericolosi combusti che si infiltra per le vie aeree e si va a depositare chissà dove nell’organismo causando chissà quali alterazioni. Penso a quanto amianto ho calpestato incautamente tutte le volte per fotografarlo, a quegli operai caduti ammalati perchè gli si depositava sui vestiti: quanto ne avrò portato, ad esempio, sulle scarpe? Quanto di quell’amianto si sarà volatilizzato perchè esposto e dove aleggerà in questo momento? E’ nella natura indefinibile delle cose. Ben definibile, purtroppo, è lo scempio a cui nessuno vuole porre rimedio: non bastano, infatti, le “pulizie” saltuarie perchè le zone liberate si riempiono di rifiuti nuovamente in breve tempo.

Per giungere dove mi trovo si percorre una stradina che, anni fa, i contadini si sono impegnati a spianare a proprie spese nel tentativo di rendere più agevole la percorrenza ai compratori di uve ma che invece ha facilitato l’accesso agli sversatori abusivi. Tra i rifiuti si trova di tutto e sarebbe pure facile risalire a chi li ha abbandonati: tra vecchi giochi e allestimenti per i bambini, ad esempio, spuntano carte intestate e fatture di un’agenzia di animazione, e così da altri cumuli emergono bollette della gori con i nomi degli intestatari e perfino un vebale dei carabinieri. Nella terra dove il bello subisce soprusi, da una busta della spazzatura sbuca fuori la nota di una tizia: “appuntamento con l’estetista alle ore 11,00”.

Si parla tanto di bonifiche ma una bonifica andrebbe fatta in primo luogo ai cervelli dei contadini, di alcuni proprietari terrieri della zona che hanno avuto la brillante idea di prendere i tubi di eternit abbandonati da qualche delinquente e di farne dei pali per le viti, prendere le lastre di eternit e farne recinzioni e coperture per i capanni. Pezzi di eternit guarniscono gli interni di proprietà recintate come fossero colonne romane di pregio. Tutto abbondantemente segnalato, denunciato, risaputo. Ignorato dalle autorità.

Qua e là nal terreno si nota qualche buco: in passato uno di questi era usato come inceneritore di pneumatici e altre componenti di autovetture. La vegetazione ha coperto tutto ma i rifiuti lì sotto ci sono ancora: testimoni immobili della violenza sono i pini, bruciati e anneriti da un lato. Il fumo che da qui si levava (e che poco più in alto ancora si leva) si depositava direttamente sulle pregiate uve vesuviane: questa è l’aria che non solo a Boscotrecase si respira, ma anche a Boscoreale, Terzigno e ovunque spiri il vento.

Osservo l’ennesimo scempio e penso alla vergogna di un ente Parco che incassa circa 5 milioni di euro all’anno destinando il 2% (!) di tale cifra alla salvaguardia e alla bonifica dell’ambiente (come da relazione della Corte dei Conti, ndr): ce ne sarebbe abbastanza per chiedere le dimissioni del presidente e per porre sulla graticola tutti i responsabili del disastro dal 1995 ad oggi.

Passeggi per qui e pensi che un posto simile, con i suoi scorci e le sue strette stradine tra i vigneti, sarebbe perfetto per le escursioni a piedi e i giri in mountain bike: i turisti potrebbero fermarsi in uno dei ruderi restaurati ad assaggiare il vino, i prodotti tipici. Osserverebbero la bellezza unica dello stereocaulon vesuvianum argentato. Scenari da presepe vivente, conche alberate dove in passato pascolavano le capre e dove è presente un tipo di costruzione che non ricordavo di aver mai visto, un riparo di pastori fatto di lapilli.

Il Rapporto Svimez 2014 indica come unica via d’uscita da una crisi senza precedenti la valorizzazione del patrimonio storico e culturale del Sud: questo è uno dei tanti luoghi dove la storia, le tradizioni e il bello fanno a pugni con i mali del mondo. Il Parco c’è ma non si vede: è un parto malsano della mente umana, l’illusione di abili prestigiatori, il tappeto che occulta la povere, lo stupro perpertrato al Creato. Nell’andare via mi faccio scrupoli pure a raccogliere e mangiare una mora: meglio di no, chissà cosa contiene.

di Francesco Servino