Boscoreale, cava Sari torna al centro dell’attenzione

Alla presenza dei sindaci di Boscoreale, Boscotrecase e Trecase (assente ingiustificato il sindaco di Terzigno), si è tenuto l’incontro voluto e organizzato dall’associazione La Fenice Vulcanica e dall’amministrazione comunale di Boscoreale avente a oggetto i miasmi provenienti dalla discarica ex cava Sari e l’inquinamento nel Parco Nazionale del Vesuvio.

Ospite dell’assemblea pubblica l’ingegnere meccanico e studioso di fisica nucleare Vincenzo Caprioli che ha tenuto una vera e propria lectio magistralis, con tanto di lavagnetta, sugli agenti inquinanti di proporzioni “micro” e “nano” spiegando i motivi per i quali si rendono pericolosi per la salute umana e per l’ambiente.

L’incontro ha messo in luce delle situazioni che si potrebbero definire palesemente “non a norma” riguardanti l’impianto di recupero del biogas della discarica ex cava Sari a Terzigno (ad esempio, l’altezza dei camini di soli 10 metri) e in virtù delle quali appare ancora più scellerata la decisione di piazzare un impianto altamente inquinante in un polmone verde della provincia di Napoli, quel Parco Vesuvio che invece è vittima dei peggiori crimini ambientali.

Ma quanto inquina la cosiddetta “fabbrica dei confetti”, così come venne definita dall’ex sindaco di Terzigno e ora senatore (sic!) della Repubblica italiana?

L’ingegnere Caprioli fa uso di diversi paragoni, al fine di dare la misura mentale del fenomeno inquinante che scaturisce da un impianto a biogas di dimensioni pari a quello della discarica ex cava Sari e ci tiene a sottolineare una cosa: se le malattie sono provocate dalle microparticelle (la cui grandezza ricade nell’ordine dei “micron”), quanti e quali danni possono provocare le nanoparticelle (nell’ordine dei nanometri), più piccole e, per logica, più infide e pericolose?

L’inghilterra misurò le particelle col microscopio elettronico che si erano depositate sugli edifici (il cosiddetto “fumo di londra”, ndr) che avevano nel 2001 una dimensione di 0,075 micron, ovvero 75 nanometri: particelle di queste dimensioni avevano una capacità di penetrazione pressochè illimitata. Secondo le schede di misura della S.A.P.NA, i vari inquinanti rientrano nei parametri della normativa europea. Però, quando diciamo 0,5 microgrammi a metro cubo dobbiamo comprendere quanti metri cubi di gas combusti sono usciti dalla ciminiera. Un impianto a biogas come quella della discarica Sari è formato da tre motori da 333 kW che, messi assieme, equivalgono a un solo motore da 999 kW, circa 1 MW (1000 kW): questi tre motori, accesi assieme, emettono dalla ciminiera 4500 normal metri cubi all’ora o 5000 chili all’ora di gas (un metro cubo d’aria pulita pesa un chilo, un metro cubo di aria sporca pesa di più, ndr). Se i motori funzionano per 24 ore, la discarica emette 120mila chili di gas combusti al giorno, ovvero 120 tonnellate di aria sporca combusta. Moltiplicando 5000 chili per 8000 ore l’anno per i 25 anni che, si suppone, siano la durata dell’impianto, ne viene fuori una montagna di fumo, tonnellate di inquinante“.

Per fare un paragone, l’inceneritore di Acerra tira fuori 620mila chili all’ora di gas combusti nei tre camini alti 110 metri: moltiplicando 620mila chili per 8000 ore all’anno per 5 anni di funzionamento, in 5 anni i camini hanno emesso 23 miliardi di normal metri cubi di gas combusti, ovvero tonnellate di inquinanti.

Se gli inquinanti escono a 250 metri di altezza possiamo calcolare un 5% di ricaduta, ma il 5% su tante tonnellate equivale sempre a tonnellate. Se invece l’altezza è di 110 metri, come ad Acerra, la ricaduta è del 35%: occorrerebbe determinarla nei comuni fino a un raggio di 10-15 chilometri, determinare cioè la mappatura delle ricadute“.

Questo lavoro importante è stato fatto dalla procura di Savona alla centrale di Vado Ligure, impianto di 1400 MW oggi sotto sequestro, nei 23 comuni limitrofi. Lì ci sono ciminiere alte 200 metri per la linea a carbone e di 90 metri per la linea a gas, eppure due commissioni, una per le indagini epidemiologiche e una per la determinazione delle aree di ricaduta, hanno trovato in 23 comuni il cosiddetto nesso di causalità: morti a centinaia. L’indagine è durata 10 anni.

Secondo l’ingegner Caprioli, che ha scritto al procuratore di Savona, anche una ciminiera di 200 metri è bassa, perchè dà una ricaduta del 15% che, per una centrale da 700 MW che brucia milioni di tonnellate di carbone, è comunque tantissimo “perchè“, spiega l’ingegnere, “è la somma che fa il totale“.

La fisica nucleare viene a complicare tutto: gli atomi “galleggiano”, hanno un comportamento imprevedibile: in questo momento potremmo respirare atomi provenienti dal Tibet, mentre quelli della Sari potrebbero arrivare a Capri o alle isole Hawaii. Ma con una ciminiera alta 10 metri, in assenza di vento, in assenza di perturbazioni, dove si possono mai fermare le emissioni? Non si sa“.

Qualcuno potrebbe pure dire che non ricade niente sul comune di Boscoreale e che non ricade niente, ad esempio, sui vigneti circostanti: occorre un modello matematico per determinare la dispersione delle micro e delle nanoparticelle. Ma già di per sè un vulcano è una fonte naturale di polveri fini: viene da pensare che tutto sia diabolicamente studiato ad arte per rendere difficile, se non impossibile, la comprensione.

Sulla pericolosità dell’impianto, purtroppo, non sussitono dubbi: le sabbie sahariane arrivano in Europa e sulle coste orientali statunitensi, fino anche alle Bahamas, dove spiccano per colore sulle rocce vulcaniche native. E stiamo parlando di sabbia, che è visibile e ha una consistenza millimetrica, figuriamoci quando si tratta di nanoparticelle: è inevitabile che esse si depositino ovunque e che finiscano nella catena alimentare di uomini e animali.

E’ una branca scientifica nuova, inesplorata, quella che ha allo studio gli effetti delle polveri sull’organismo umano, argomento scarsamente approfondito: solo di recente, infatti, si è pensato di correlare l’incremento vertiginoso della loro concentrazione in atmosfera con l’incremento di vari tipi affezioni, da quelle apparentemente più banali come le allergie a quelle più gravi di natura cardiovascolare, tumorale, neurologica, della sfera sessuale fino alle malformazioni fetali.

A tal proposito è doveroso ricordare quanto messo in luce nel 1990 dal Laboratorio di Biomateriali dell’Università di Modena, fondato e diretto dalla dottoressa Antonietta Gatti, che individuò in un elemento come il titanio, che non fa parte dell’organismo umano, la causa della rottura di un filtro cavale all’interno di una vena cava di un paziente. Due anni dopo, nello stesso laboratorio, fu evidenziato un caso del tutto analogo e furono trovati elementi come l’alluminio e il titanio normalmente estranei ai tessuti umani.

Al giorno d’oggi  si può parlare di vere e proprie “nanopatologie“, ovvero malattie provocate da micro e nanoparticelle inorganiche che riescono a penetrare nell’organismo umano sortendo effetti in larga parte sconosciuti ma molto probabilmente devastanti.

Abbiamo già il cancro dovuto al traffico, ma che ci vengano a mettere altra combustione con gli impianti a gas è intollerabile. Le normative europee e i decreti legislativi che ogni Stato europeo deve recepire, dalle normative sugli impianti a quelle per i camini fino a quelle per la qualità dell’aria, parlano sempre di “tutela della salute e dell’ambiente”: con 10 metri di camini non si tutela niente. Io non voglio ricadute di nanoparticelle sul pianeta. Non è un’utopia!

Qualcuno chiede quanto debbano essere alti questi camini per evitare ricadute di qualsiasi genere sul pianeta: “Dovrebbero arrivare fino alla Luna“, risponde l’ingegnere.

Più chiaro di così, si muore.

di Francesco Servino