Eduardo De Filippo, trent’anni fa la sua morte

Il 31 Ottobre 1984 moriva il grande attore e drammaturgo Eduardo De Filippo, talento indiscusso e poliedrieco di una Napoli straordinaria, ad oggi ricordato come uno dei massimi esponenti della cultura italiana del Novecento. Per i suoi meriti artistici fu nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini e candidato al Premio Nobel per la letteratura.

Figlio naturale del commediografo Eduardo Scarpetta, il più importante attore e autore del teatro napoletano a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, e della sarta teatrale Luisa De Filippo (con cui ebbe un relazione extra-coniugale), nel 1914 entra stabilmente nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta e nel 1920 scrive la sua prima commedia vera e propria, Farmacia di turno, storia di un equivoco dai risvolti tragici.

Nel 1922 scrive “Ho fatto il guaio? Riparerò!” che va in scena al Teatro Fiorentini e che prende in seguito il titolo definitivo di “Uomo e galantuomo”: in questa commedia, tra le più comiche del repertorio eduardiano, l’autore introduce dei temi che saranno una costante in numerose opere successive, come la pazzia (vera o presunta) e il tradimento.

Dopo la morte di Eduardo Scarpetta (29 Novembre 1925), Eduardo va a convivere con una giovane di nome Ninì, per la quale compone alcune poesie d’amore tra cui “E mmargarite“, la più antica tra quelle in seguito pubblicate.

Nel 1926 scrive “Requie a l’anema soja“, commedia in atto unico ribattezzata nel 1952 “I morti non fanno paura”, in cui recita vestito da “vecchio”: il tema della pazzia, stavolta vera e non presunta, torna prepotentemente nella commedia successiva, dal titolo emblematico di “Ditegli sempre di sì“, che la compagnia di Scarpetta rappresenterà per la prima volta nel 1927.

Nel 1931 corona finalmente il sogno di recitare assieme ai suoi due fratelli d’arte, Peppino e Titina, in una compagnia tutta loro: Eduardo fonda, raccogliendo l’adesione dei fratelli, la compagnia del “Teatro Umoristico I De Filippo“, che debutta con successo a Roma. Dopo alcune recite a Milano, la compagnia è a Napoli al Teatro Kursaal (poi Filangieri) dove rappresenta per la prima volta la commedia scritta da Peppino “Don Rafele ‘o trumbone”. Va quindi in scena una nuova commedia scritta da Eduardo dal titolo “Quei figuri di trent’anni fa” (titolo originario mutato per la censura, “La bisca”).

La commedia forse più nota di Eduardo, Natale in casa Cupiello, portata in scena per la prima volta al Teatro Kursaal di Napoli, il 25 Dicembre 1931, segna di fatto l’avvio vero e proprio della felice esperienza della compagnia del “Teatro Umoristico I De Filippo”, composta dai tre fratelli e da attori già famosi o giovani alle prime armi che lo diventeranno (Agostino Salvietti, Pietro Carloni, Tina Pica, Dolores Palumbo, Luigi De Martino, Alfredo Crispo, Gennaro Pisano).

Nel Natale eduardiano tutto ruota attorno ad un pranzo che viene scosso da un dramma della gelosia. Sullo sfondo, il ritratto tragicomico del protagonista, Luca Cupiello, figura ingenua di un vecchio con comportamenti fanciulleschi ed immerso nelle sue fantasie e nel suo amore per il presepe, cui si dedica con passione, apparentemente incurante delle tragiche vicende familiari che gli ruotano attorno.

Proprio quando i piccoli cinema-teatri dell’avanspettacolo iniziano a stare stretti alla compagnia “I De Filippo”, l’impresario del Teatro Sannazaro li scrittura per la stagione del celebre teatro napoletano: il debutto è datato 8 Ottobre 1932 con “Chi è cchiu’ felice ‘e me!” (due atti di Eduardo, scritta nel 1929) e “Amori e balestre” (atto unico di Peppino). Si inizia così a formare un primo “repertorio eduardiano” che la compagnia “I De Filippo” porta sulle scene, alternandolo ai lavori scritti da Peppino e Titina stessi o da Maria Scarpetta, Ernesto Murolo e Gino Rocca.

Dal 1932 Eduardo De Filippo entra prepotentemente anche nel mondo del grande schermo, sia come attore che come regista (ed occasionalmente anche come sceneggiatore): il suo esordio sul set avviene con “Tre uomini in frac” di Mario Bonnard (1932). Eduardo viene scritturato assieme al fratello Peppino da Giuseppe Amato che li aveva visti recitare al Teatro Kursaal di Napoli. La prima regia di Eduardo è del film, di cui fu anche interprete, “In campagna è caduta una stella” del 1940.

Il 20 dicembre 1944, Eduardo recita per l’ultima volta, al teatro Diana di Napoli, accanto a Peppino, quindi fonda la nuova compagnia teatrale dal nome “Il Teatro di Eduardo“.

Tra le opere più significative di questo periodo meritano una citazione particolare “Napoli milionaria!” (1945), “Questi fantasmi!” e “Filumena Marturano” (entrambi del 1946), “Mia famiglia” (1953), “Bene mio e core mio” (1956), “De Pretore Vincenzo” (1957), “Sabato, Domenica e Lunedì” (1959) scritto apposta per l’attrice Pupella Maggio nei panni della protagonista.

Nel 1948 acquista il semidistrutto Teatro San Ferdinando di Napoli, investendo tutti i suoi guadagni nella ricostruzione. Il San Ferdinando viene inaugurato il 22 Gennaio 1954 con l’opera “Palummella zompa e vola”. Eduardo cerca di salvaguardare la facciata settecentesca dello stabile realizzando all’interno un teatro tecnicamente all’avanguardia per farne una “casa” per l’attore e per il pubblico. Al San Ferdinando interpreta le sue opere, ma mette in scena anche testi di autori napoletani per recuperare la tradizione e farne un “trampolino” per un nuovo Teatro.

Amico e collaboratore di Vittorio De Sica, per Vittorio inventa alcuni personaggi divertenti in alcune pellicole (“Tempi nostri” e “L’oro di Napoli”) e cura la sceneggiatura di “Matrimonio all’italiana” (1964), remake di “Filumena Marturano”, film diretto da Eduardo nel 1951 con lui e la sorella Titina protagonisti. Nel 1950 dirige e interpreta con Totò “Napoli milionaria!”.

Nel 1962 parte per una lunga tournée in Unione Sovietica, Polonia ed Ungheria dove può toccare con mano la grande ammirazione che pubblico ed intellettuali provano per lui.

Tradotto e rappresentato in tutto il mondo, combatte negli anni sessanta per la creazione a Napoli di un teatro stabile. Continua ad avere successo e nel 1963 gli viene conferito il “Premio Feltrinelli” per la rappresentazione “Il sindaco del rione Sanità” (da cui nel 1997 sarà tratto un film con Anthony Quinn).

Dopo la regia di “Spara forte, più forte… non capisco!” del 1966, Eduardo abbandona il cinema per dedicarsi alla TV, per la quale ripropone le sue commedie per tutto il decennio successivo.

Del 1973 è “Gli esami non finiscono mai“, allestito con successo per la prima volta a Roma: tale commedia gli permette di vincere il “Premio Pirandello” per il teatro l’anno successivo. Dopo aver ricevuto due lauree honoris causa (prima a Birmingham nel 1977 e poi a Roma nel 1980) nel 1981 viene nominato senatore a vita e aderisce al gruppo della Sinistra Indipendente.

Nel 1984, l’anno della sua morte, interpreta il suo ultimo ruolo: il vecchio maestro nello sceneggiato Cuore, diretto da Luigi Comencini e tratto dal libro di Edmondo De Amicis.

Eduardo avrebbe dovuto partecipare al film Porno-Teo-Kolossal di Pier Paolo Pasolini, rimasto incompiuto per la morte prematura del regista: oltre a collaborare come alla regia, Eduardo avrebbe dovuto vestire i panni del protagonista, un Re Magio sventurato che a causa delle sue buone azioni giunge in ritardo alla grotta del Messia.

Alla sua morte, la camera ardente viene allestita al Senato e dopo le solenni esequie trasmesse in diretta televisiva e il commosso saluto di oltre trentamila persone viene sepolto al cimitero del Verano.

Tra i grandi meriti di Eduardo c’è quello di aver adottato il parlato popolare, conferendo in questo modo al dialetto napoletano la dignità di lingua ufficiale, pur elaborando un linguaggio teatrale che travalica napoletano ed italiano per diventare una lingua universale.

Non vi è dubbio che l’azione e l’opera di Eduardo De Filippo siano state decisive affinché il “teatro dialettale”, precedentemente giudicato di second’ordine dai critici, fosse finalmente considerato un “teatro d’arte”.

Eduardo non abbandonò mai il suo impegno politico e sociale che lo vide in prima linea anche ad ottant’anni quando, nominato senatore a vita, lottò in Senato e sul palcoscenico per i minori rinchiusi negli istituti di pena: nell’aula del Senato, il 23 Marzo del 1982, poco più di due anni prima della sua morte, rivolse un’interpellanza all’allora Ministro di Grazia e Giustizia Clelio Darida sulla condizione dei giovani detenuti nell’Istituto “Filangieri” di Napoli.