L’ager pompeianus e le sue “ville rustiche”

Pompei nell’antichità aveva una vasta estensione, cioè un ampio tratto di campagna che con la città medesima costituiva un’unità politica, sociale ed economica: l’ager pompeianus. Della reale configurazione di questo territorio sappiamo molto poco: nonostante studi generali sulle problematiche storiografiche inerenti alla società e all’economia di Pompei abbiano portato negli anni a risultati molto soddisfacenti riguardo il mondo dell’agricoltura, della produzione e commercializzazione vinicola, restano ancora scarse le conoscenze sulla reale conformazione del cosiddetto suburbio pompeiano.

Da fonti storiche e dalla Tabula Peutingeriana, copia del XII-XIII secolo di un carta romana di fondamentale importanza per la posizione topografica che è alla base dello sviluppo del centro abitato antico, ricaviamo soltanto che Pompei era contigua ad Ercolano e Stabia, era attraversata dal fiume Sarno, era il porto di Nola, Nocera e Acerra ed era sovrastata dal monte Vesuvio che molto probabilmente appariva diverso da com’è ora, interamente ricoperto di bellissimi campi tranne in cima (come riportato da un noto passo di Strabone): nella pittura del larario della Casa del Centenario, infatti, il monte è raffigurato come un unico immenso vigneto, con Bacco trasformato o metamorfizzato in un grappolo d’uva densa e matura. Il Vesuvio era quindi ammantato di vigneti.

Sebbene i limiti precisi dell’antico territorio pompeiano non siano definibili con esattezza, tranne ad Ovest per la presenza della linea di costa, si può con molta verosimiglianza supporre che il fiume Sarno formasse un confine naturale a Sud e ad Est della città, mentre le pendici del Vesuvio facevano barriera a Nord-Ovest e l’ager nolanus impediva l’espansione a Nord lungo la Valle del Sarno.

L’attuale conformazione del territorio corrisponde solo per grandi linee all’antica situazione, giacchè l’eruzione del 79 d.C. e quelle successive hanno profondamente alterato la fisionomia dell’ager pompeianus innalzando notevolmente il piano di campagna antico e modificando la linea di costa. Infatti, anche quanto restava dell’originario corso del fiume Sarno, detto del Medioevo “Dracone”, fu conseguentemente spostato più a Sud e fu accelerato il processo di graduale formazione di quella pianura alluvionale che si estende attualmente da Torre Annunziata a Castellammare di Stabia.

Le testimonianze archeologiche, moltiplicatesi soprattutto negli ultimi anni, hanno reso possibile l’ampliarsi delle conoscenze sul territorio pompeiano sia pure relativamente ai suoi insediamenti abitativi. Infatti, anche se manca la localizzazione precisa dei pagi (quartieri) posti nel suburbio, dei quali si conosce di certo solo l’esistenza, è notevolmente aumentato il numero di ville rustiche individuate nell’agro pompeiano in particolare ma anche nell’ambito del più vasto territorio vesuviano.

A partire dal II sec. a.C. abbiamo numerose testimonianze di fattorie di piccole proporzioni (catoniane) in collina destinate alla produzione di vino, olio, cereali e legumi e all’allevamento del bestiame. I proprietari erano per lo più residenti in città e, periodicamente, soggiornavano per periodi più o meno lunghi nelle loro aziende agricole: anche se la gestione del fundus, con la relativa manodopera schiavile, era in genere affidata a un colono, la presenza del dominus (il proprietario) era a volte indispensabile per il controllo e il buon andamento dell’attività produttiva. Da Silla in poi, il settore padronale della villa (pars urbana), riservato al proprietario e ai suoi ospiti, finì per assumere sempre maggiore importanza.

Topograficamente queste ville erano per lo più costruite su terrazze naturali in corrispondenza delle curve di livello, per impedire che le loro fondazioni potessero essere danneggiate dal dilavamento, e sorgevano nei pressi di assi stradali che convergevano verso le principali vie di comunicazione del territorio, naturalmente proprio in funzione del loro preciso carattere produttivo, finalizzato non solo al consumo interno ma anche alla commercializzazione di quanto esse producevano.

Lo storico russo Michail Rostovcev recensiva negli anni ’30 del secolo scorso una quarantina di ville concentrate per la massima parte intorno all’antica Stabiae, nei Comuni di Castellammare e Gragnano, nel suburbio stesso di Pompei e, nella bassa Valle del Sarno, nel Comune di Scafati: oggi possiamo essere sicuri che le ville individuate nel territorio vesuviano raggiungano il centinaio, ma i livelli di conoscenza risultano ineguali. Si tratta nella maggior parte dei casi di rinvenimenti sporadici, non seguiti in genere da scavi regolari e scarsamente documentati.

Del resto anche nel passato la documentazione di scavo restava il più delle volte inadeguata alle conoscenze dei tempi cosicchè la scoperta delle numerose ville rustiche e signorili in tutto l’agro pompeiano non comportò quei risultati che si sarebbero potuti attendere, poichè, spogliati gli edifici della decorazione parietale e musiva, asportata tutta la suppellettile, rilevate solo le piante, quelle costruzioni venivano nuovamente sepolte prima che, come ebbe a notare il noto archeologo Amedeo Maiuri, fosse stato possibile poter tracciare organicamente la genesi e lo sviluppo di una delle costruzioni più singolari della civiltà italica e romana e delle più preziose per l’intelligenza della vita economica del mondo antico: la casa rurale, la villa suburbana nel suo graduale trasformarsi da residenza signorile in azienda agricola, la ripartizione della proprietà privata in una zona a cultura intensa quale era nell’antichità la regione vesuviana.

Dello scarso interesse che si attribuiva al problema non si potrebbe addurre prova migliore se non la circostanza che delle numerose ville rustiche individuate ed esplorare, non una sia stata lasciata in vista! Solo nel 1977 si è iniziato lo scavo di una piccola fattoria presso Boscoreale, località Villa Regina, con l’obiettivo di renderla accessibile al pubblico: oggi l’edificio è stato completamente messo in luce e nelle sue adiacenze è stato costruito un Antiquarium che illustra l’agricoltura delle zone vesuviane attraverso i numerosi reperti organici rinvenuti nelle aree archeologiche vesuviane.

In Campania il fundus comprendente la villa e i relativi campi era solitamente di piccole o medie dimensioni (al massimo 100 iugera, ovvero 25 ettari). Dal punto di vista architettonico le ville rustiche presentavano generalmente un cortile centrale, spesso occupato dalla cella vinaria scoperta ed esposta al Sole che conteneva i recipienti in terracotta parzialmente interrati (dolia defossa), disposti in file parallele con vialetti di attraversamento, attorno al quale erano disposti vari ambienti delimitati all’esterno da un muro di recinzione. Durante la sua permanenza nella villa, il dominus risiedeva nella pars urbana, comprendente alcuni ambienti di tipo residenziale (triclinia, cubicula, balnea) a volte ricchi di decorazioni parietali e pavimentali (come nelle villa di di Publius Fannius Synistor e di Numerius Popidius Florus a Boscoreale o di Agrippa Postumo a Boscotrecase) e dotati di cospicua suppellettile. La pars rustica era costituita da cucina, magazzini, celle per la manodopera servile, stalle e ricoveri per gli animali da allevamento. La pars fructuaria consisteva negli ambienti destinati alla lavorazione e alla conservazione dei prodotti, con i relativi impianti produttivi (torchio, cella vinaria, frantoio). La spremitura delle olive avveniva con una macina di pietra chiamata “trapetum”. La produzione del vino prevedeva invece un torcularium e una cella vinaria: nel primo ambiente, costituito dal locale per la pigiatura dell’uva (forus o calcatorium) e dal vano di manovra, era installato un torchio di tipo catoniano, cioè a leva, di cui esiste una fedele ricostruzione nel torculario della Villa dei Misteri a Pompei. Il rinvenimento di anfore vinarie e di bolli pompeiani ad Ostia, in Africa, in Spagna, in Gallia attesta la presenza di vini vesuviani anche in zone molto lontane dai siti di produzione e quindi il fatto che essi fossero molto apprezzati e rinomati.

Lo studio delle ville rustiche, condotto sulla base dei moderni metodi di raccolta dei dati e delle sofisticate tecniche di analisi, ha dato dei contributi preziosissimi alla storia economica e sociale di Pompei, integrandola meglio in un contesto storico generale rispetto alla Campania e alle altre regioni del mondo romano. Notevoli progressi sono stati fatti nel campo della paleobotanica: si è giunti infatti alla determinazione delle specie botaniche antiche dall’esame di resti di semi, frutta e vegetazione carbonizzata, nonchè di pollini e di parti di radici carbonizzate provenienti dai siti archeologici pompeiani.

L’istituzione della Soprintendenza Archeologica di Pompei, all’indomani del terremoto del 23 Novembre 1980, ha avuto il merito di consentire che adeguate energie fossero indirizzate a zone che prima erano “schiacciate” dalle continue e impellenti esigenze imposte da istituti e complessi archeologici appartenenti alla vasta Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta, di cui facevano parte anche le aree vesuviane. Un notevole addensamento di ville rustiche è riscontrabile nell’immediato suburbio e nella periferia settentrionale di Pompei (Boscoreale, Boscotrecase, Terzigno) e nell’entroterra stabiano (Gragnano, Sant’Antonio Abate, Santa Maria La Carità, Casola di Napoli). Significativi esempi si trovano anche a Ottaviano, nel territorio di Ercolano (San Sebastiano al Vesuvio, Torre del Greco) nonchè nella valle del Sarno (Scafati).

L’attenta attività di tutela che la Soprintendenza ha condotto sull’intero territorio di sua competenza attraverso i controlli esercitati sulle cave di estrazione di materiale lavico, sui lavori di sbancamento e di sistemazione del terreno per uso agricolo, nonchè su tutti gli interventi edilizi comportanti trivellazioni del sottosuolo, ha portato all’individuazione di un cospicuo numero di nuovi insediamenti che grazie alla collaborazione tra archeologi e archeometristi ha offerto nuovi e preziosissimi contributi all’approfondimento storico-sociale, nonchè economico, di Pompei e del suo suburbio. Un’accurata opera di valorizzazione è la sfida da affrontare per restituire ad ogni comune vesuviano il proprio patrimonio millenario e permettere agli attuali abitanti dell’ager pompeianus di saperne di più della propria storia.

di Francesco Servino