Acqua bene comune, quale futuro per la Gori?

Con un’affluenza alle urne di quasi il 55% e più del 95% dei “sì”, gli italiani si sono espressi a favore dell’acqua bene comune, abrogando le norme che prevedevano la possibilità di affidamento della gestione dei servizi pubblici agli enti privati e la determinazione della tariffa sui servizi idrici in base alla remunerazione del capitale investito. In mancanza di investimenti privati, ora la gestione delle reti idriche toccherebbe agli ATO (Ambiti Territoriali Ottimali, su cui sono organizzati i servizi pubblici integrati, come quelli dell’acqua e dei rifiuti), che secondo la legge 42/2010 dovevano essere aboliti entro Marzo 2011. Gli ATO, individuati dalle Regioni, tramite le Autorità d’Ambito hanno il compito di garantire l’ottimale approvvigionamento di acqua potabile, prestando attenzione alla qualità e alla salvaguardia delle risorse idriche. Gli ATO definiscono le tariffe in base ai tetti stabiliti per legge. In attesa di un adeguamento della normativa in seguito agli esiti del Referendum, è bene chiarire che molti comuni “l’acqua privata” ce l’avevano già: secondo il decreto Ronchi del 2008, l’acqua è un bene a rilevanza economica e per questo può essere gestito da aziende private che ne traggono profitto. Con l’abrogazione del decreto, gli enti locali potranno riassumersi la responsabilità della gestione pubblica della rete idrica, che già oggi è gestita al 5% da capitali privati (il 36%, invece, è a capitale misto, a maggioranza pubblico). Da specificare che il decreto Ronchi non prevedeva la “privatizzazione dell’acqua”, che in quanto “bene” rimane pubblica assieme agli acquedotti, ma la privatizzazione della manutenzione delle infrastrutture che forniscono l’acqua alle abitazioni. Oltre il 34% dell’acqua erogata si disperde nell’ambiente a causa delle cattive condizioni in cui versano le tubature. Per i sostenitori del “no”, solo i privati avrebbero capitali da investire per la manutenzione della rete idrica mentre gli enti locali non possono garantire la ristrutturazione delle condutture. Secondo Franco Bassanini, ex Ministro della Repubblica Italiana, es Sottosegretario di Stato e presidente di Astrid, la totale gestione degli acquedotti da parte dei Comuni non sarebbe un bene, considerati i tagli alla spesa pubblica e il patto di stabilità che vincola le spese comunali. C’è il rischio di una totale assenza di investimenti sulla rete o di una cattiva gestione a lungo termine. Secondo Bassanini “I servizi pubblici locali come la distribuzione dell’acqua, lo smaltimento dei rifiuti e il trasporto locale torneranno nella gestione diretta dei comuni: tornare alla gestione diretta dei comuni vuol dire che gli investimenti li devono fare i comuni costretti dal patto di stabilità e con ridotte possibilità finanziarie. Gran parte di loro non ha margini perchè si tratta di settori in cui nei prossimi 10 anni si prevedono investimenti di almeno 120 miliardi di euro che sono ⅞ punti di PIL”. Ci sono esempi in Italia che dimostrano come la qualità e i costi del servizio fornito dai privati siano peggiori rispetto a quelli pubblici. Basti pensare a ciò che accade a Latina, dove la società francese Veolia controlla la società partecipata che fornisce il servizio idrico: Acqualatina SpA. Negli ultimi, anni il costo della tariffa è aumentato del 300%, a fronte di allarmanti dati diffusi da Federconsumatori sulla presenza di arsenico nelle acque. In generale, il privato avrebbe diminuito del 65% gli investimenti per la riqualificazione delle reti idriche e aumentato le tariffe, senza aumentare la qualità delle acque. Sono numerosi i comuni in deroga per i livelli di sostanze nocive nelle acque: a tal proposito è bene ricordare che l’Unione Europea ha concesso alla Regione Lazio la possibilità di erogare acqua per scopi potabili con un livello di arsenico fino a 20 microgrammi e non 10 come stabilito dalla normativa italiana. In Campania, nell’ATO3 del Sarnese Vesuviano, la gestione del servizio idrico è affidata alla privata Gori S.p.A. – società nata a inizio degli anni 2000 in attuazione della legge Galli del 1994, che ha introdotto la gestione dei privati nei servizi pubblici. Il bacino idrico comprende 76 comuni che dalle falde del Vesuvio arrivano fin a Sorrento. Giuseppe Grauso, responsabile di Federconsumatori Nola, denuncia che la società privata presenta bilanci in rosso – soprattutto negli ultimi anni di gestione – e che richiede all’Autorità d’Ambito di poter aumentare le tariffe per l’utenza. Un incremento medio del 30% nel 2011, soprattutto per quanto riguarda i consumi essenziali di acqua, che va di pari passo con l’aumento della percentuale di privato all’interno delle quote societarie di Gori: se alla sua creazione soltanto il 19% è affidata (a chiamata diretta), al giorno d’oggi la porzione è arrivata al 49%. Come sottolinea il prof. Alberto Lucarelli, questa forma di gestione crea soltanto l’illusione della pubblicità: per mancanza di trasparenza e difficoltà di controllo sulla società, ci si trova di fronte a una vera e propria organizzazione privata. Il “Rapporto sullo stato dei servizi idrici” del 2009, nell’ATO3 Campania stima una dispersione di circa il 51% dell’acqua erogata alle condutture, indice di uno scarso grado di manutenzione delle stesse. A fronte di un volume immesso di 175’693’829 metri cubi di acqua, il volume fatturato è di appena 85’605’678 metri cubi. Appena la metà. Inoltre la qualità delle acque non è per nulla ottimale – come conferma Consiglia Salvio – poiché nei comuni dell’area vesuviana sono in vigore deroghe per la presenza nei liquidi di alti livelli di fluoruro, nitrati e nitriti. Inoltre, sono molti i comuni dell’ATO3 che sono ancora senza fognature ed è dovuta intervenire la magistratura (sentenza 335 del 2008) per consentire loro di non pagare in bolletta questo servizio assente. Gli aumenti tariffari richiesti nell’ATO3 sono compresi tra il 29% e il 55%, incidendo maggiormente su quelli che sono definiti “consumi domestici essenziali” e soltanto in minor parte sui “consumi domestici normali” (i cui aumenti sono tra il 7,3% e il 29%). In pratica, gli aumenti colpiscono maggiormente i consumi strettamente necessari alla sopravvivenza, mentre gli sprechi non vengono intaccati più di tanto. La Gori S.p.A. dichiara che in sette anni di gestione ha accumulato un passivo di 125’237’807€ a fronte di costi annui pari a 130’000’000€ – che non sono mai coperti dagli introiti derivanti dalle tariffe percepite. Federconsumatori Nola e i Verdi dell’area vesuviana sottolineano come, a giudicare da ciò che è riportato nel Bilancio della Gori S.p.A., ci siano scarsi controlli sui costi di “svalutazione crediti” (pari a 3’456’295€) e sui costi per i “Servizi”, la voce più pesante in bilancio con 56’935’888€ utilizzati in remunerazioni professionali e opere di soggetti terzi, esterni all’impresa – una catena di sub-appalti che riguarda anche le opere di manutenzione ordinaria, che dovrebbe essere garantita dalla stessa Gori. Alcune scelte economiche hanno inficiato la gestione del colosso fin dall’inizio della sua attività, come le politiche di assunzione: la Gori ha 760 dipendenti, mentre i piani d’ambito imponevano di averne meno di 700. A queste si aggiunge la creazione di numerosi società dipendenti e controllate al 100% dalla Gori, che comportano ulteriori costi. Tutto questo in un contesto in cui i dipendenti degli acquedotti comunali non sono stati assunti nella Gori, quindi vi è uno sdoppiamento dei costi per i cittadini: da una parte, con le tasse finanziano gli acquedotti, dall’altra con la bolletta dell’acqua pagano i dipendenti della Gori. Per ripianare il disavanzo di bilancio del 2008, denuncia Consiglia Salvio, la Gori aveva rincarato su ogni utenza un addebito anticipato, definito tecnicamente “ADAN”, di 50€. La somma totale di questo addebito serviva totalmente a ripianare il debito, ma un movimento di sindaci e comitati cittadini ha scoperto che il gestore non aveva il diritto di chiedere questa somma a tutti gli utenti, in quanto era un addebito da applicare soltanto sulle nuove utenze. Come conferma Giuseppe Grauso, in paesi come Nola, le tariffe per il servizio idrico sono già aumentate notevolmente, insieme a iniziative coatte contro le famiglie che non riescono a pagare la bolletta dell’acqua. Nonostante sia un bene essenziale, numerose volte la Gori ha provveduto al distacco del servizio idrico. Soltanto con l’intervento della Federconsumatori si è riusciti a ottenerne il ripristino. Secondo i responsabili dell’associazione a tutela dei consumatori, si tratta di un vero e proprio metodo “ricattatorio” per la riscossone dei debiti.

di Francesco Servino